> ## Content Index
> Fetch the complete content index at: https://www.tasc.blog/llms.txt
> Use this file to discover other available public pages before exploring further.

# Cibo ed anima: siamo davvero quello che mangiamo?
- URL: https://www.tasc.blog/2015/04/13/cibo-anima-siamo-quello-mangiamo/
- Published: 2015-04-13T12:30:37.000Z
- Updated: 2015-04-13T13:48:19.000Z
- Author: Patrizio S.
- Tags: Tendenze, Food, cibo, #wp-import, #Import 2026-10-03 09:37

Un elemento fondamentale della nostra vita è sicuramente il **cibo**. E noi **italiani**, in questo, siamo sicuramente piuttosto **competenti**. Sforniamo tra i migliori maestri culinari al mondo, vantiamo nel nostro panorama gastronomico prodotti davvero eccellenti, abbiamo dentro di noi una cultura che - se non completamente, quasi - non ha eguali nel resto del pianeta.

Con questo articolo però, vogliamo cercare di fare una riflessione piuttosto approfondita. E questa riflessione nasce dopo aver letto un articolo riguardante [**Soylent**](http://www.soylent.me/?ref=tasc.blog), una bevanda che nella sua semplicità rivoluziona in parte il come concepiamo quotidianamente **il rapporto tra noi e il cibo**.

## Soylent

A dire la verità, questa è una storia un po' particolare. Storia che riguarda **tre ragazzi americani** alle prese con lo sfruttamento di 70mila dollari concessi per finanziamenti alla loro **startup**. 100mila i ragazzi li avevano già spesi, mancava soltanto da "prosciugare" questo fondo rimanente. Ecco allora che cominciano a lavorare ininterrottamente giorno e notte, cercando di sfruttare tutte le pause possibili. Tra cui anche quelle di pranzo e di cena: il loro intento è mangiare velocemente, allo scopo di nutrirsi e non di rilassarsi e/o stare in compagnia. La **soluzione immediata** c'è: andare da Mc Donald's, prendere qualche panino e mangiarlo in tutta velocità. Ci provano, ma dopo alcuni giorni non ci riescono più. Cambiano, e passano alla dieta vegetariana, ma nemmeno in questo caso si sentono soddisfatti. Pensa e ripensa, ad uno dei ragazzi, l'ingegnere Rob Rhinehart, viene in mente il fatto che a loro interessano sostanzialmente soltanto i componenti del cibo, ossia i carboidrati, le proteine, le vitamine e via dicendo, e non di qualcosa che sì, può anche essere gustoso e invitante, ma che richiede **tempo** per essere cucinato e preparato bene per gli occhi.

Rob pertanto decide di ordinare **polveri e pillole da Internet**, e comincia a mescolare tutto quanto in acqua, cercando chiaramente di dare un senso al composto che andava ad ottenere. Tutti e tre cominciano a ingurgitare giorno dopo giorno questa brodaglia dal colore marroncino, senza subìre effetti collaterali; nel frattempo, Rob racconta nel suo blog di questa nuova avventura. C'è chi non gli crede, c'è chi gli dà del pazzo, ma c'è anche chi si incuriosisce e gli chiede la ricetta; Rob, senza problemi, **mette online le procedure**, con tanto di dosi.

### C'è chi copia

E da qui comincia una nuova storia: la nuova startup che i tre ragazzi cercavano di fondare con i soldi avanzati dal finanziamento, se la sono involontariamente creata in casa. Viene quindi lanciata una campagna di **crowdfunding** che ha un incredibile successo (ben 3 milioni di dollari raccolti), e in breve tempo grandi quantitativi di Soylent cominciano a girare in lungo e in largo per gli Stati Uniti. Il successo ha varie cause. Alcuni sono felici di questo Soylent perché **costa poco** (i tre ragazzi affermano di aver ridotto le spese per il cibo da 470 a 50 dollari al mese), altri lo sono perché **riduce effettivamente i tempi di riposo** massimizzando i tempi di lavoro, altri ancora perché lo vedono come un modo per **combattere la fame nel mondo** e per ridurre l'inquinamento dovuto alla coltivazione/lavorazione degli alimenti. In ogni caso, questa brodaglia miete davvero tanto successo, e i ragazzi hanno ben capito come coltivarlo, offrendo **soluzioni anche** **personalizzate** (Il bello di Internet è anche questo, no?). Tra l'altro, non essendo ancora arrivato in Europa, c'è anche chi già l'ha copiato: Joey van Koningsbruggen, olandese, ha creato il **Joylent**, aggiungendoci di diverso gli aromi, a scelta tra vaniglia, cioccolato, fragola e banana.

### L'essenza del cibo

Una cosa del genere era forse impensabile: chi avrebbe mai immaginato che quelle pillole liofilizzate che caratterizzano il mangiare degli astronauti sarebbero un giorno **sbarcate sul tavolo di casa nostra** (anche se in polvere)? Cosa bella o brutta che sia, effettivamente nessuno ci aveva mai dato così tanto peso prima. Da una parte, questo è un male, ma dall'altra parte è anche un bene. E noi vi diciamo perché.

## La nutrizione

Soylent può davvero essere l'inizio di una nuova era? Da alcuni punti di vista si: basti pensare agli aspetti positivi citati in precedenza. Il **risparmio di tempo** può davvero essere un fattore fondamentale nella diffusione di questo composto, che permette di nutrirsi in pochissimi minuti, saltando letteralmente tutte quelle fasi, talvolta anche molto lunghe, da dedicare alla cucina. Che poi, si sa, il risparmio di tempo non è mai fine a sé stesso, ma va sempre visto in termini di **costo-opportunità**: magari quella mezz'oretta al giorno risparmiata la si può usare per riposarsi un po' di più, per vedere gli amici, per farsi una corsetta o cose del genere. Insomma, Soylent, nell'era del consumismo come quella che viviamo al giorno d'oggi, può davvero portare una ventata di freschezza.

Il bello sta anche nel poter assumere **sostanze coerenti con quanto richiesto dal nostro organismo**, senza rischiare di essere invogliati da chissà quale catena di fast food che magari, per le sue patatine fritte, ricicla tante di quelle volte l'olio da perderci persino il conto. E il controllo delle sostante diventa ancor più facile ed immediato per cui, ad esempio, chi vuole mettersi a dieta non può desiderare di meglio.

E come non considerare l'**impatto sull'ambiente**? Di considerevole importanza è la possibilità di eliminare tutta quella [filiera degli sprechi](https://www.tasc.blog/2014/09/15/sprechi-del-cibo/) e degli sfruttamenti sia delle persone che dell'ambiente, e di cui vi avevamo già in parte parlato in precedenza.

Aspetto finale, da sottolineare come l'assunzione di questo intruglio rende più gustoso il momento in cui si mangia cibo normale: è infatti come se volessimo mangiare il nostro cibo preferito e per un po' di giorni non possiamo farlo. Ecco, bere il Soylent può essere paragonato ad una situazione del genere, che poi così brutta non è.

## Il consumo

La parte **negativa** in ogni caso non manca. Come tutte le cose c'è il bene e c'è il male, e anche ora non si esce da questa regola. Perché il Soylent può si avere i suoi aspetti positivi, ma in realtà tocca anche molte note stonate. Una su tutte, il classico concetto - che noi italiani conosciamo meglio di tutti - del cibo in famiglia. Non sono forse famose le cene in compagnia? E i pranzi domenicali con parenti, amici, conoscenti e chi più ne ha più ne metta? Tante volte il cibo è sinonimo di **convivialità**, di ospitalità, di integrazione, di socializzazione, di senso di appartenenza, di risate in compagnia. Serve a mantenere vivi i rapporti, talvolta a riallacciarli. È parte della nostra anima, è un modo per **sentirsi bene**. D'accordo, forse, come detto prima, solo noi italiani e pochi altri capiscono questa cosa. Ma non siamo forse ammirati all'estero anche per questo?

A dir la verità, il cibo è ormai diventato, sulla falsariga del concetto italiano, un fenomeno di costume e di moda. Mc Donald's dall'America, il sushi dal Giappone, così come le varie diete (chi non ha mai sentito parlare di **Pierre Dukan**?) ma anche i palinsesti televisivi culinari sono al giorno d'oggi fonte di sostentamento economico più che prettamente nutrizionale. È la regola d'oro del **marketing esperienziale**: darti un'atmosfera, un ambiente, un contesto prima che il prodotto in sé. Pensateci bene: quante volte siete andati in un determinato ristorante perché vi piacevano l'aspetto e/o l'arredamento? Forse è anche giusto così, dobbiamo però stare attenti a non perdere il focus sull'argomento centrale. Perché alla fine di **cibo** si tratta, e di **nutrizione** si sta parlando.

## Il cibo e il marketing

Il marketing che sta dietro al mondo alimentare, bisogna dirlo, ha fatto **un gran lavoro**. Basti pensare a Mc Donald's, regina (forse ora non più) dei fast food a livello mondiale. Tante sono le campagne che il colosso americano ha messo in atto, ma in tutta quella confusione pubblicitario-mediatica piuttosto oppressiva che è stata fatta per i vari tipi di hamburger, bisogna sottolineare due cose. Punto primo, il fatto che Mc Donald's cerchi sempre di tenere la sua quota di mercato costante: se in un certo periodo vedete in televisione un incredibile "ammasso" di pubblicità della catena, sappiate che ciò viene fatto solo per riconquistare quelle quote che sono state perse nei periodi immediatamente precedenti. Punto secondo, forse ancor più importante, il concetto su cui si lavora la multinazionale stessa : **farci lasciare impressi costantemente nella nostra mente** i loro panini.

### Pubblicità

Per chi non ci crede, vi facciamo un esempio. Più o meno un anno fa, in Inghilterra è uscita una pubblicità in cui una coppia di fidanzati ferma un passante per farsi fare una foto; quando la fotocamera viene data al passante stesso, questo si vede comparire sullo schermo un bel Big Mac, e da lì la situazione viene stravolta: il passante ora non riesce a concentrarsi più su niente, vede hamburger dappertutto. Questo simpatico effetto di sostituzione di persona fa notare come le persone possano perdere in brevissimi istanti di tempo la capacità di concentrarsi su un determinato obiettivo, per gettare l'attenzione su altri piccoli dettagli. Morale della favola? È impossibile resistere al richiamo del Big Mac: anzi, per gustarselo, ogni momento è quello buono. **Semplice, no**?

## Dal cibo all'economia

Questo esempio, insomma, è piuttosto chiarificatore del modo d'agire di Mc Donald's. L'analisi comunque non termina qui, perché ci sono davvero tanti aspetti da analizzare. Come il fatto che Mc Donald's sia una multinazionale, e quindi cerchi di inserirsi nel maggior numero di mercati possibili. Ad esempio in Cina, mossa piuttosto recente, dove però non si può dire che sia stata ben accolta. Ma allora, com'è possibile una cosa del genere? Perché in Inghilterra la catena ha divertito le persone e in Cina no? La risposta, a dire la verità, è immediata: **varie sono le culture del cibo**, vari sono i modi di consumarlo nelle diverse parti del mondo. È con questo punto che cerchiamo di dare una risposta al titolo di questo articolo.

## Le culture alimentari

Perché un **piatto di pasta** in Italia può essere pure la fine del mondo per noi italiani, ma non per i Francesi o gli Americani (almeno finché non lo assaggiano). Questo è il bello del cibo: la diversità che contiene. Noi italiani, così come i Greci, veneriamo la cultura mediterranea, caratterizzata dalla centralità delle verdure e del pesce; allo stesso tempo, ammiriamo notevolmente nel Nord del Belpaese piatti di carne ricavata dall'allevamento di bovini nei bellissimi territori montani. E in Francia il discorso non è poi così diverso, non dopo non aver sottolineato la forse ancor più **ampia diversità regionale**. Nel Mondo Orientale il discorso è leggermente diverso: forte è l'attenzione dedicata alla dietetica, alle caratteristiche nutrizionali dei cibi, agli alimenti che vengono attentamente analizzati e studiati per consentire un corretto utilizzo delle loro proprietà, al fine di ottenere longevità ed immortalità. Inoltre, l'Oriente trasporta dalla cultura generale alla cultura prettamente culinaria il concetto di opposizione tra **yin e yang**, e per questo si può osservare la contrapposizione tra freddi e freschi (gli yin), e caldi e temperati (yang): i primi non vengono lavorati con procedimenti complicati in ogni fase di trattazione del cibo (leggesi: verdura, frutta, cereali integrali, carni fresche di pesci, uova), mentre i secondi - proprio per la loro necessità di essere lavorati - hanno lo scopo di riscaldare ed appagare il lato maschile dell'individuo (prodotti raffinati come zucchero e farina, carni frollate...).

Altre parole vanno invece spese per la cultura anglosassone. Questa infatti non vede alla sue spalle una storia millenaria: elevata mobilità e mancanza di prodotti tipici hanno fatto di Inghilterra e affini dei Paesi senza un'adeguata struttura culinaria. E così è anche per gli Stati Uniti, i quali hanno esercitato una notevole influenza: l'importazione di nuovi prodotti come la patata direttamente dagli States veniva vista soltanto come una mera operazione commerciale, un'ottima occasione per far soldi, e non un mezzo di accrescimento culturale. Da qui emerge la rigidità di questi Paesi e la loro **mancanza di un credo alimentare**.

Possiamo star qui a farvi un infinito elenco di cibi tipici: basti pensare alla diversità che intercorre nelle culture alimentari di Argentina, Svezia, India e altri Paesi. Ma da sottolineare sono i fattori che accomunano queste talvolta enormi diversità: la storia e la geografia. Di questo si potrebbe stare qui a discuterne per ore ed ore, noi invece ci soffermeremo su due piccoli ma significativi **"aneddoti"** che avvalorano la nostra tesi.

Il primo riguarda il pomodoro. Questo alimento, che in Italia vede un grandissimo uso (che si parli di pizza piuttosto che di sugo della pasta piuttosto che di verdura da insalata), è originario dell'America Centrale. Portato in Europa nel 1540, conosce una discreta diffusione a partire dalla seconda metà del diciassettesimo secolo, una volta scoperti gli habitat nei quali la pianta poteva crescere al meglio. Ora, noi Italiani siamo assidui utilizzatori di questo alimento, tanto da farlo sembrare un nostro marchio di fabbrica; ma **la storia ci insegna che non è così**.

Anche il secondo aneddoto riguarda il pomodoro, e si ricollega a quanto già detto: il pomodoro, prima di essere diffuso, ha conosciuto un periodo ampio un bel po' d'anni trascorsi a scoprire dove poteva essere piantato e coltivato. E lo stesso discorso vale per ogni altro alimento: quel determinato pesce vive in determinati mari, in determinate condizioni; così come per ogni pianta e per ogni altro cibo. D'altronde, è impossibile far crescere il limone in Norvegia, giusto? Possiamo quindi dire che **ogni alimento è frutto di un percorso geografico, stabilito dalle condizioni territoriali e/o climatiche di ogni Paese**.

Chiaro, no? Affermare che **siamo quello che mangiamo** non è poi così fuori dal mondo. L'uomo si è evoluto per migliaia e migliaia di anni cercando di sopravvivere, e ha conosciuto un percorso fatto di tentativi per assicurarsi una nutrizione non solo strettamente legata alle necessità fisiologiche, ma anche alla soddisfazione del palato, dei propri gusti. Stiamo quindi anche parlando di un discorso legato al piacere, ossia ad un qualcosa di cui si può anche fare a meno: per vivere potremmo mangiare erbe tutto il giorno, giusto? Quello che facciamo è invece **ricercare ciò che ci soddisfa**, e per farlo siamo anche disposti a faticare.

È una cosa importante, questa, perché indice del bisogno di **soddisfacimento interiore**. Che poi questo bisogno sia insito nella cultura della popolazione - e sia quindi frutto di anni e anni di storia - o provenga dalla nostra curiosità di cercare nuovi e diversi gusti, deve essere discusso. Ma noi siamo qui per questo, giusto?

### I bisogni

E per rispondere a questa domanda prendiamo in prestito uno dei concetti basilari nello studio del marketing relazionale: **la piramide di Maslow**. La piramide di Maslow è una scala che rappresenta i bisogni (ossia la mancanza completa e/o parziale di elementi che costituiscono il benessere di una persona) dell'uomo, sia dal punto di vista fisiologico sia dal punto di vista psicologico. Nella piramide, più ci si sposta dal basso verso l'alto più i bisogni sono "Individualizzabili".

In ordine, dal basso verso l'alto appunto, sono:

1. **Bisogni fisiologici** (fame, sete...)
2. **Bisogni di salvezza**, sicurezza e protezione;
3. **Bisogni di appartenenza** (affetto, identificazione);
4. **Bisogni di stima**, prestigio, successo;
5. **Bisogni di realizzazione di sé**.

Come potete vedere, emerge una bella differenza tra cibo come nutrimento e cibo come realizzazione. Anzi, c'è una bella scala, che possiamo suddividere in un modo ben preciso entro il quale categorizzare le persone. Tutti certamente soddisferanno il bisogno numero 1 - è il nostro stesso corpo a chiedercelo - in maniera più o meno uguale; tutti soddisferanno il bisogno numero 3 ma in maniera un po' più diversa: le questioni di affetto e identificazione possono essere legate, anche se non in modo così forte, **al carattere di ogni famiglia e all'ambiente relativamente circostante**; tutti infine soddisferanno il bisogno numero 5, perché la curiosità è uno degli elementi caratteristici dell'animo umano, e spinge a scoprire cose nuove; tale spinta verrà poi giudicata personalmente, secondo i propri criteri, le proprie preferenze, i propri gusti, e determinerà cosa ci piace e cosa non ci piace. Ora, il punto 5 è fondamentale per l'ambito economico, perché ogni persona è diversa dalle altre, e quindi abbiamo un mondo che presenta 7 miliardi di combinazioni diverse di gusti, consumi, piaceri, preferenze. Questa è una **manna dal cielo**, per l'economia intera, e la globalizzazione - nonostante i suoi aspetti spesso negativi - permette ad ogni essere umano di poter scoprire continuamente cose nuove, consentendo la realizzazione di **nuovi profitti**.

## Globalizzazione

Per capirci, vi basti pensare a qualche città medio-grande di vostra buona conoscenza: ormai, oltre alle classiche trattorie/osterie, ai classici ristoranti italiani e alle pizzerie, potete trovare ristoranti di sushi, ristoranti cinesi, ristoranti messicani, ristoranti argentini, ristoranti francesi, per non parlare dei fast food o dei posti dove fanno i kebab. E poi, dove mettiamo tutte quelle aziende che producono cibi surgelati e li vendono tramite una capillare rete di distribuzione? Insomma, ormai **la cultura del cibo sembra essersi piuttosto globalizzata**: anche per chi è piuttosto legato alle tradizioni diventa difficile resistere al richiamo delle nuove usanze alimentari.

### Il cibo sul web

Ma la globalizzazione del reparto alimentare non va vista soltanto in ottica dei negozi fisici: innegabile è, ai giorni odierni, la forte influenza che esercita **il mondo del web** tramite la sua branca dell**'e-commerce**. Tanti sono ormai i negozi virtuali che consentono di acquistare online vari cibi: si va da quegli store che raccolgono di tutto e di più a quelle attività monomarca che spesso servono anche per fare un po' più di guadagni oltre i canali di vendita tradizionali. Da qui vogliamo farvi fare una piccola riflessione. Se, come abbiamo detto, economia e tecnologia hanno internazionalizzato il mondo del cibo, allora il cibo stesso viene veicolato non più come un qualcosa che aggrada il palato, ma come **un mezzo per guadagnare**. Ricordate l'esempio di prima del McDonald's e del suo fatturato? Ecco, questo è un esempio piuttosto lampante. Chi fa cibo (lavora con il cibo come i ristoranti o produce cibo come le aziende non importa, è la stessa cosa) non bada più soltanto all'essenza del cibo stesso, ma lavora anche su altri aspetti come la presentazione del piatto (o il packaging), la certificazione, la tracciabilità, la tendenza biologica. Ora, questi ultimi tre punti sono frutto anche di azioni di Governi sia nazionali che europei, ma poco importa: lo scopo è quello di **differenziare i vari prodotti al fine di creare tante nicchie di produttori** che, nella loro categoria, riescano a stare a galla economicamente. In altre parole, il senso è fare soldi, non garantire una determinata qualità. Che poi si lavori su aspetti proprio della suddetta qualità, è un fatto secondario, e non è stato il motivo principale dell'intraprendenza di queste politiche. Guardando da questo punto di vista, tali manovre sono un bene per la società, perché garantiscono una determinata cultura dell'alimentazione sana e corretta. Purtroppo, **non possiamo condividere il modo in cui si è arrivati a questo punto**.

### Il biologico

Il biologico è un esempio davvero esplicativo. Da qualche anno a questa parte si sta puntando davvero forte sullo sfruttamento della biodiversità del territorio e sulla lotta agli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), affermando come la cultura biologica rispetti l'ambiente e garantisca prodotti più buoni. Ma noi ci facciamo due domande. Domanda uno: perché tale cultura non si è affermata prima nel tempo? **Perché si è aspettato così tanto a proclamare questa tanto agognata biodiversità**? Domanda due: **perché ora c'è chi critica il biologico**? Alla domanda uno lasciamo rispondere a voi, anche se crediamo abbiate capito. Alla domanda due rispondiamo noi. In poche parole, per contrastare un declino dell'attività dell'agricoltura e quindi dei profitti, si è deciso di lavorare sull'aspetto del biologico, che a prima impressione sembrava potesse dare buoni risultati. Si è quindi deciso di cavalcare quest'onda, è partita una campagna - anche mediatica - colossale, ma non si è indagato a fondo su quali aspetti negativi si potessero creare. E questi aspetti negativi sono proprio il motivo della critica: tra i tanti, bisogna citare quello per cui un agricoltore prima di questo "avvento" produceva un po' di tutto, mentre ora si specializza (in inverno solo radicchio, in estate solo pomodori) correndo l'enorme rischio che, appena il clima cambia un po', si perda tutto il raccolto e quindi non ci si guadagni niente.

## Cibo e salute

Un buon finale noi comunque ce lo diamo, e per questo diciamo che per fortuna oggi cerchiamo di dare una determinata valenza, anche salutistica, al cibo. Mangiare male non deve fare parte delle nostre abitudini alimentari, e la nostra cultura deve imparare a capire l'importanza di ciò. Critichiamo però aspramente il modo in cui si è arrivati a questo punto. È vero, non solo in questo caso ma anche in tanti altri, c'è sotto una buona spinta di marketing, di economia, di politica. Il risvolto positivo è che questi tre ambiti hanno capito di dover puntare sull'importanza di una corretta assunzione di cibo, dalla sua lavorazione fino al suo consumo; il risvolto negativo è che non si è partiti fin dall'inizio con l'idea di dare il meglio per il generico consumatore. In altre parole, l'errore è stato cominciare male, per poi dover rimediare in fretta e, alla fine dei conti, vedere ancora qualche problema. In questi casi bastava veramente ragionare un po' di più per **capire l'importanza che bisognava dare al cibo**, fin dal momento della sua lavorazione iniziale, e non invece aspettare l'ultima occasione per sistemare le cose. Quello che conta è che ora siamo sulla buona strada: **dobbiamo rimanere in carreggiata**, e non uscire da questo sensato percorso.

## Nuove tendenze

Varie ricerche di mercato e studi sul comportamento dei consumatori sembrano confermare quanto sta accadendo. In un lavoro effettuato dall'agenzia Squadrati, si evidenzia, tra i vari comportamenti, quello dell'anti-industrialità: porre sempre di più attenzione alla qualità e ai valori etici (intesi come semplicità e naturalità, ossia la riduzione al minimo della lavorazione del cibo), facendo crescere di importanza concetti come la produzione di cibo fatto in casa. Per le aziende, questa anti-industrialità si traduce nel ridurre al minimo la quantità di ingredienti da inserire nelle etichette; ciò fa sì che il cibo appaia (e speriamo lo sia davvero) più sano e genuino, non abbia additivi. Altro comportamento da evidenziare è quello della trasparenza, che nell'atto pratico si traduce nella possibilità di tracciare la provenienza degli ingredienti per quanto riguarda le aziende, e nell'usare cucine a vista per quanto riguarda i ristoranti. Ora, che queste mosse siano realmente corrette e non un'opera di inganno, non spetta a noi farlo; per tali cose, esistono organi appositi. Speriamo soltanto che questi organi funzionino a dovere, al fine di garantire ai consumatori **un consumo trasparente del cibo**.

## Cibo ed anima

La riflessione che abbiamo fatto sugli aspetti di marketing che coinvolgono il cibo ha uno scopo ben preciso, che si rimanda allo scopo di questo articolo. Come affermato in precedenza, il nostro quesito a cui stiamo cercando una risposta è se, come afferma il filosofo **Feuerbach**, **siamo quello che mangiamo**, ossia se il cibo che assumiamo giorno dopo giorno è il cibo rappresentativo dei nostri luoghi, della nostra storia e quindi della nostra cultura. Noi di Tasc rispondiamo di sì, ma ci mettiamo il condizionale. Quel che è certo è che niente e nessuno può cambiare la storia e le condizioni geografiche/climatiche in cui viviamo (d'accordo, per la seconda, qualcosa può avvenire, ma non certamente nel breve periodo). Ma la nuova globalizzazione digitale sta portando ad un nuovo paradigma del cibo, un modello che prevede un'ampia, se così possiamo chiamarla, deregolamentazione.In altre parole: **fate quello che volete, assaggiate ciò che più vi interessa, scoprite nuovi gusti, provate nuovi piaceri**. Sarà il vostro animo, il vostro imprinting sociale, la vostra condizione culturale a stabilire quale cibo vi piace e quale cibo non vi piace. Il bello dell'era tecnologica in cui viviamo è che ora possiamo davvero provare di tutto. Shop online/e-commerce vari possono farvi scoprire alimenti che magari prima nemmeno immaginavate esistessero.

Per tutto il resto - parliamo di influenza che le marche esercitano su noi consumatori - dobbiamo solo **porre un po' d'attenzione**. Perché se queste tecniche di vendita/persuasione vengono usate a nostro favore nel modo più consono, ci possono portare un vantaggio personale incredibilmente vasto. L'importante è non cadere nelle braccia di varie multinazionali e vari brand che vogliono convincerci ad andare soltanto da loro. Ma la forza di Internet è ben conosciuta, e se la sappiamo usare bene, potremo scoprire in continuazione nuovi mondi sul cibo. E definire ancor di più il nostro io alimentare.

**Alla fine, siamo davvero quello che mangiamo**. E scoprire sempre meglio cosa siamo noi, **è una cosa assolutamente positiva**.