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# Suburra, la realtà dietro il film
- URL: https://www.tasc.blog/2015/10/19/suburra-realta-dietro-film/
- Published: 2015-10-19T10:05:03.000Z
- Updated: 2015-10-19T10:35:39.000Z
- Author: Michele S.
- Tags: Cinema, film, #wp-import, #Import 2026-10-03 09:38

Ho visto questo film lo scorso Giovedì, e da quel momento non ho fatto altro che parlarne con chiunque incontrassi. Ho convinto ben tre persone ad andare a guardarlo: mia madre, mia nonna e Giacomo, un tizio che ho conosciuto ieri, il che, a dire la verità, è una media piuttosto scarsa visto che ne avrò importunate almeno una cinquantina.

Con questo articolo spero di convincere un numero più alto di potenziali spettatori (ma attenzione, spoiler alert), e di condividere con tutti quelli che il film lo hanno già visto, le mie considerazioni più interessanti, attraverso i tre punti che a mio avviso costituiscono lo scheletro dell’opera. Buona lettura.

## La storia

Suburra è lo **sporco racconto privato** di un evento pubblico, è **l’indagine di una zona grigia** che sembra non avere confini, è **la rivincita dei sottomessi**, ma è soprattutto una storia.  
In questa pellicola Stefano Sollima sceglie un punto di partenza eccezionale, **l’apocalisse**, ma si limita ad usarlo come sfondo e riesce a raccontare una storia intima, un raccoglimento. Il regista romano ha davanti a sé un vulcano in eruzione ma la sua telecamera lo evita, e gli preferisce il fiore che sopravvive alla colata di lava bollente, scelta difficile che pone con forza la **questione dell’arbitrarietà narrativa**. Il film potrebbe raccontare le dimissioni del Presidente del Consiglio o quelle del Pontefice, e nessuno si chiederebbe come mai il regista abbia posto l’attenzione proprio su quell’episodio. La scelta sarebbe giustificata dalla stessa **grandezza della trama**, un evento che doveva per forza essere raccontato. Ma qui il discorso è ben diverso, Suburra sceglie di tessere in un’unica tela cinque fili narrativi, che non possono rispondere già da principio alla sopracitata domanda, e devono dimostrare allo spettatore che vale la pena di seguire proprio quest’intreccio. La missione riesce alla perfezione perché la storia di Sollima non è legittimata da nessuna grandezza imposta, da nessun precedente illustre, da niente che non sia la stessa **bellezza dell’opera**.

## La zona grigia

Sollima, e prima di lui Bonini e De Cataldo, mostrano il **profondissimo buco nero** della politica e della malavita italiana, ma si spingono ben oltre il solito limite della lotta manichea tra bene e male, e vanno ad indagare le zone di confine tra bianco e nero, quel **marcio grigiume** che il regista romano riesce a rappresentare con una maestria ormai indiscussa.

Il grigio è Sebastiano, i suoi soldi sono **sporchi tanto quanto la sua coscienza**, eppure non è facile condannarlo, costretto a fare i conti con situazioni che non conosce, per colpe che non sono sue, spinto quasi esclusivamente dalla paura. È al confine, e fino alla morte del padre riesce ad ignorare quella lama affilata che gli pende sopra la testa, **antieroe dei due mondi**, in bilico per tutta la sua vita tra bianco e nero, finché Manfredi non lo costringe a fare quel passo verso l’abisso. Per tutto il film, Seba cerca di **tornare al suo equilibrio innocente** (o non abbastanza colpevole) ma non ci riesce, e viene assorbito in un mondo in cui non potrà sopravvivere a lungo.  
Il nero è Manfredi, capo della famiglia Anacleti, un personaggio nel quale non riusciamo ad identificarci neanche per un secondo. È **il male radicale senza compromessi**, immotivato, incomprensibile, e porta un magnifico Elio Germano a porre la domanda più ingenua, che esplode insieme nel petto di Seba e dello spettatore e che racchiude la stessa chiave di lettura del personaggio di Manfredi: «Ma come fai ad essere così?». **Così come?** L’aggettivo resta taciuto, non c’è bisogno di renderlo esplicito.

Samurai è la vecchia scuola, **decimo re** dopo il Libanese e il Dandi, l’ultimo rappresentante del sogno della Banda di unificare la città sotto un unico nome. Preferisce il compromesso, persegue l’ideale di un piano superiore e non cerca il rispetto attraverso la paura, ma l’ottiene con la parola, la sua parola, che è **l’unica vera legge di Roma**. Nel paragone con gli Anacleti, il suo personaggio ci mostra la differenza tra una violenza anarchica, ed una **violenza pianificata**, che è ugualmente spietata, orribile, inaccettabile, ma comprensibile.  
Numero otto è la nuova scuola, **erede non eletto** dell’impero di Ostia, che cerca disperatamente di non soccombere sotto il peso di un’ingombrante figura paterna. Il ragazzo è un soldato indisciplinato, ma obbedisce agli ordini e mantiene una linea di coerenza che nessuno degli altri personaggi può vantare, che emerge con forza nell’ultimo dialogo prima dell’esecuzione. «No», **una risposta che non poteva permettersi**, e che lo porterà infine ad affondare, troppo appesantito dal suo legame con Viola, dalla voglia di rivalsa, dal sogno di una Las Vegas che porti il suo nome.

Infine c'è l'onorevole Malgradi, che non rientra in nessuno schema perché **li contraddice tutti**, uomo forte e debole, spaventato e sicuro di sé, politico bifronte capace di impietosire lo spettatore e farlo esplodere di rabbia. Nella scena di sesso con le due prostitute la sua faccia cambia, non è più il bell’uomo, il rassicurante parlamentare che abbiamo visto pochi secondi prima, è diventato improvvisamente colpevole, di più, **è diventato brutto**. La banalità di questo attributo è sconcertante, eppure la faccia di Pierfrancesco Favino, il suo corpo flaccido, il suo pene infilato tra le sbarre della ringhiera, sono il perfetto quadro del feticismo per il putrido. Nella mente dello spettatore si insinua un **piacere perverso** che è difficile da giustificare, e che lo obbliga a rimanere incollato allo schermo, rapito dalla potenza dell’immagine e dalle magnifiche musiche che l’accompagnano, che spingono l’osservatore ad **un pathos mai costruito**, sempre naturale ed esaltato da ogni singola nota. Ancora una volta, Sollima ci sbatte in faccia qualcosa che sta sotto il nostro naso ogni giorno, qualcosa di così difficile da accettare che a volte preferiamo dimenticarcene. Dopo questa scena, dopo questo film, **non sarà più così semplice**.

## La rivincita

Viòla, Sebastiano ed il cane, cos’hanno in comune questi tre personaggi? **Sono i sottomessi**, quelli che mantengono il capo basso fino all’ultima scena, ma tutti e tre avranno la loro vendetta, o quasi. Viòla vìola la volontà di Numero otto, ma rimane impunita perché tra i due c’è un legame che va oltre le spietate logiche di potere, e la reazione del **giovane principe di Ostia** si riduce ad un pugno ben assestato, nascosto all’occhio dello spettatore. In questo caso il regista sceglie di dipingere una relazione singolare in quell’ambiente, l’affetto tra i due ragazzi è sincero, ed è proprio quello che **condannerà Numero otto** ad una morte inevitabile, ma vendicata. “La tossica” sarà il martello che scolpisce l’epitaffio sulla tomba del Samurai, il re illuminato, che dal canto suo cerca fino alla fine di trovare un accordo, senza accorgersi di aver valicato un confine dal quale **non si può più tornare indietro**. Le sue offerte sono solo un ronzio fastidioso nelle orecchie del sicario, che impietoso lo lascia riposare nel posto che più gli si addice: **la fogna**.  
Seba diventa **la puttana di Manfredi** fin dal loro primo incontro, si riduce alle più meschine bassezze pur di conservare la sua villa per le feste, l’unica cosa che sembra gli stia davvero a cuore. A differenza di molti altri personaggi, lui ha una sola faccia, se vogliamo azzardare un’ipotesi, ce ne accorgiamo anche dal fatto che è uno dei pochi a portare sempre lo stesso vestito, o maschera che dir si voglia, persino quando si stende accanto a Sabrina ha ancora addosso l’uniforme che indossa nelle sue preziosissime pubbliche relazioni, **ormai una seconda pelle**. L’odio maturato verso il boss degli Anacleti emerge solo quando la sua capacità di sopportazione giunge al limite, durante tutto il film non fa altro che piegarsi ed aprire le gambe, l’unico mezzo per riuscire ad ottenere ciò che davvero desidera. Alla fine, stremato dalla cattiveria impenetrabile del suo padrone, arriva a dargli una spinta, mossa disperata che non contiene in sé il seme della ribellione, ma che è l’unico sfogo possibile per **un’esasperazione ormai incontenibile**. E poi l’ultimo gesto tragico, con il quale sancisce il suo definitivo passaggio al di là della linea che lo divideva da quel mondo, e che dà modo ad un altro sconfitto di risollevare la testa. Per una manciata di secondi si trattiene nella gabbia per legare le mani di Manfredi, e provoca nello spettatore una **disperazione insostenibile**, che si risolve solo quando, finalmente, lo si vede venir fuori da quella tomba supposta, sano e salvo, con la morte in volto.  
Infine il cane, nient’altro che **la versione animalesca** del suo stesso padrone, la bestia porta sulle spalle il peso di una vita passata tra botte ed insulti, e dentro di sé ha soltanto rabbia, litri e litri di rabbia che gli scorrono nelle vene al posto del sangue. Perché ci sia vendetta è necessario un movente, ma lui non ne ha, non riconosce Manfredi come la causa dei suoi mali, e sbranerebbe qualsiasi cosa gli gettassero dentro quella gabbia. In questo caso **la vendetta non c’entra**, la bestia reagisce nell’unico modo che conosce davvero: ringhia, sbrana e uccide, esattamente **come il suo padrone**.

## Il velo

Solo una nota stonata in tutta la sinfonia. Il film ha un enorme pregio, **non parla mai** se non attraverso le immagini, i suoni e le parole dei personaggi. Lascia che ogni cosa si racconti da sé, come se non ci fosse una telecamera, ma in un’unica battuta **questo sforzo viene meno**, e si apre una leggerissima crepa sulla superficie immacolata dell'opera. Filippo parla con il procuratore, che lo mette in guardia su una futura indagine della magistratura, ma lui gli risponde che in Italia, uno nella sua posizione, uno che è arrivato dove è arrivato lui, non può temere la magistratura, **è intoccabile**. Qui si straccia per un attimo **il velo** con cui Sollima ricopre l’intera storia. Sappiamo chi è il premier uscente, sappiamo a che partito appartiene Filippo, sappiamo qual è il sogno che Samurai porta ancora nel suo cuore, lo sappiamo **senza che ci venga detto**, lo sappiamo e non abbiamo voglia di sentirlo, perché sentendolo avremmo la netta sensazione di una mano che governa la macchina da presa, e il film direbbe qualcosa che va oltre ciò che la storia comunica con le sue sole forze, qualcosa che qualcuno ha messo lì artificialmente . Quella battuta interrompe un **flusso di naturalezza** iniziato fin dalla prima scena, che si ricompone immediatamente certo, ma sparisce per una manciata di secondi.

**Suburra è tutto questo**, ed è anche la pioggia, la grande bellezza e l’oscena, inconfessabile bruttezza di Roma, immagini che tolgono il fiato, musiche di cui non si può fare a meno, e che colpiscono persino me, il più sordo degli spettatori. **Suburra è nelle facce** dei suoi protagonisti, sporche, solcate, segnate per sempre, è nei dialoghi credibili in ogni momento, anche quando sono così prepotentemente sopra le righe, è nella doppia vita di Favino, nella meschinità di Germano, nella rabbia di Dionisi, ed in tante altre cose. Per chiudere il cerchio, **Suburra è una storia**, una storia magnifica, raccontata nel migliore dei modi.