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# Ep. 00 e mezzo - San Pietro
- URL: https://www.tasc.blog/2016/03/30/ep-00-e-mezzo-la-guerra-di-pietro-san-pietro/
- Published: 2016-03-30T10:00:27.000Z
- Updated: 2016-03-30T11:28:19.000Z
- Description: Kadso ed Armayonikavst vengono privati della loro tranquillità domestica da un fragoroso scoppio proveniente dal pianerottolo del loro appartamento. Si tratta di un testimone di Geova esplosvo, il che lascia entrambi profondamente interdetti, ma non si capisce molto altro dall'intera vicenda.…
- Author: Michele S.
- Tags: La Guerra di Pietro, Rubriche, #wp-import, #Import 2026-10-03 09:38

Prima di iniziare questa seconda puntata, devo avvisarvi: dimenticate la scrittura scanzonata e l’umorismo demenziale di [*Pietro begins*](https://www.tasc.blog/2016/03/15/ep-00-pietro-begins/), perché da qui in poi si fa sul serio. Non venite a lamentarvi quando, alla fine di *San Pietro*, vi asciugherete grossi ed imbarazzanti lacrimoni dagli occhi, perché io vi avverto, in questa puntata ci scappa il morto. Ogni guerra ha le sue vittime, perciò mettetevi l’anima in pace, questa storia sarà supertriste, e il mio consiglio è di iniziare a piangere da ora, a freddo, per prevenire la supertristezza che vi colpirà come un vandammesco calcio negli zebedei. Bene, prendete i fazzoletti e iniziamo.

Era proprio una giornata meravigliosa, il telegiornale della mattina non era neanche andato in onda perché il conduttore si era limitato a dire: “Oggi è proprio una giornata meravigliosa. Domani guerre, morti ammazzati, cronaca nera a bombazza, ma oggi niente, manco ‘na rapina… ciao ganzi!”. Tutto era in perfetta armonia, i commessi dei negozi d’abbigliamento si avvicinavano ai clienti per dire: “prego, dia giusto un’occhiata, io me ne torno dietro la cassa.”, qualcuno aveva fatto sparire dal palinsesto tv quegli assurdi programmi di cucina a metà tra un reality show e la guerra in Vietnam, e addirittura un piccolo gruppo di professori universitari aveva iniziato a rispondere alle mail degli studenti, sebbene molti di questi fossero ormai laureati, andati in pensione e morti. Ovunque si respirava un’aria di grande serenità, eccetto che nel monolocale dove viveva la coppia di cui ci occuperemo noi. Ammetto che l’attribuzione dei nomi è arbitraria, li ho scelti fra i più diffusi e facili da ricordare, per non creare confusione nella storia bombardandovi di informazioni superflue. Dunque la meravigliosa mattinata di Armayonikavst e Kadso, freschi di nozze, fu interrotta dal suono assurdamente stereotipato, ma assolutamente veritiero del loro campanello, che li disturbò irriverente con la più classica onomatopea del caso: “Dindon”.

«Tesoro… puoi andare tu ad aprire la porta?» Le chiese Kadso dal balcone. Quella domanda all’apparenza gentile ed innocente in realtà nascondeva una polemica che, resa esplicita, sarebbe suonata più o meno così: “Sai, Io non posso rispondere, perché Io sto annaffiando le piante che Tu hai voluto comprare, quelle che Io non volevo perché mi scocciava l’idea che Noi dovessimo perdere tempo ad annaffiarle. Ma Tu hai detto che non sarebbe stato un problema per Noi, che te ne saresti occupata Tu, e che Io non avrei mai dovuto pensarci.” Oltre ad essere un grande appassionato di pronomi personali, Kadso era anche molto in collera con sua moglie, per la sua ingiustificata e reiterata nullafacenza domestica.

«Veramente sarei un po’ impegnata in questo momento.» Gli rispose Armayonikavst dal bagno. Quella risposta all’apparenza evasiva, in effetti le risparmiava una scomoda verità, che, resa esplicita, sarebbe suonata più o meno così: “Sto cagando, testa di Kadso.”

«D’accordo amore, vado io.» Disse Kadso. “Grandissima stronza” Pensò, e si rese dunque l’involontario artefice di una metonimia di bassa lega, avendo indicato il tutto (che era sua moglie) con l’appellativo della singola parte che le stava uscendo dal culo (che era un bello stronzo di un etto e mezzo).

«Grazie caro.» Disse Armayonikavst. “In questa casa mai un attimo di tregua, ma che palle!” Pensò, senza accorgersi che con quest’imprecazione generica, aveva anche fatto un generoso apprezzamento al pornoattore, le cui virtù meno apparenti si stagliavano imperiose dallo schermo del suo smartphone.

«Chi è?» Kadso era appena arrivato all’ingresso, con l’annaffiatoio ancora in mano.

«Testimoni di Geova signore, le possiamo lasciare un volantino?»

«No guardi, davvero, non ci interes…» Ma non riuscì a completare la frase, perché fu stordito dal rumore assordante della porta che veniva scardinata e scaraventata per aria, e si ritrovò steso per terra con quella imponente parete d’acciaio che gli schiacciava le gambe.

«Ma che cazzo…?» furono le uniche parole che seppe tirare fuori da bocca, bloccato dal peso di quel monolite e con l’annaffiatoio stretto al petto, come fosse l’unica cosa importante da salvare.

«Tesoro, che succede?» Gli arrivò dal bagno la voce di sua moglie, un po’ allarmata per il fragore e l’imprecazione, ma non abbastanza da decidersi a chiudere “Two man, one cappero” il video porno calabrese che stava spopolando in rete.

Kadso aveva capito che qualcosa era esploso sul loro pianerottolo, e man mano che si diradava la nube di polvere sollevata dallo scoppio, l’immagine si faceva sempre più nitida e sempre più priva di senso. Vide una mano del testimone di Geova, poi un piede, poi la testa, ma nessuna delle tre parti era al posto giusto. La mano era rimasta attaccata al campanello perché l’indice del pover’uomo esploso, era affondato nella parete per almeno cinque centimetri. Il piede era ancora a terra, sprofondato nel pavimento quasi fino alla caviglia, e la testa si era incastrata nel soffitto che, in qualche modo assurdo, era riuscita a perforare senza sfracellarsi come un bel cocomero maturo. Dunque quel “qualcosa” era in realtà “qualcuno”, un raro esemplare di testimone di Geova esplosivo. Prima di chiudere questa sottotrama, voglio tranquillizzarvi: Kadso si era rotto entrambe le gambe nell’incidente, ma in qualche mese riacquistò l’uso di entrambe, e la coppia di sposi novelli visse una vita felice e ricca di soddisfazioni. Entrambi continuarono a tacere i loro problemi e le loro frustrazioni, come in ogni relazione che si rispetti, e covarono rancore reciproco per il resto della loro vita, come in una meravigliosa fiaba Disney. L’idillio durò fino a quando Armayonikavst, all’età di 74 anni, strangolò Kadso nel sonno, dicendo alla polizia che lo aveva fatto perché, testuali parole, “Russava come un trombone ossidato, suonato da un jazzista zoppo con una metastasi all’anima, che esisteva solo nella fantasia delirante di un feto di foca abortito”. Armayonikavst era un’assassina certo, ma è innegabile che avesse un’abilità innata nel creare metafore fantasiose, un po’ come Pietro… Oh cazzo, Pietro! Don’t panic, riprendiamo il discorso e cerchiamo di spiegare come questa storia si ricollega alla sua vita. Dove eravamo rimasti? Ah giusto, la riunione con gli amici.

«Cosa c’entra quel film orribile con il nostro piano?» Giovanni non aveva molte abilità, anzi, potremmo dire che ne aveva una soltanto: sapeva infilare il cinema dappertutto, quello che non sapeva è che sembrava davvero un idiota quando faceva così. Potevi anche parlare di scaldabagni, lui avrebbe sicuramente tirato fuori “Lo scaldabagno che scalda l’anima” di Erhnstvjov Kastrgoff, che nel ’63 aveva trionfato al festival bielorusso estinto del cinema indipendente, vincendo il premio per il regista col maggior numero di consonanti nel nome.

«No, non sto parlando del film, sto parlando dell’effetto farfalla, sapete di cosa si tratta?» Certe volte era davvero stancante per Pietro parlare con quei due, fingevano sempre di capire ogni cosa, ma in realtà, se tutto andava bene, riuscivano ad afferrare un concetto su dieci. In quel momento ad esempio Giovanni stava pensando di rimettere mano ad una delle sue trentasei sceneggiature di successo che stranamente non avevano mai avuto successo, e Paolo… mah, onestamente non ho idea di cosa stesse pensando Paolo. Entrambi risposero che avevano capito perfettamente ma Pietro lo rispiegò, e non solo per assecondare una mia esigenza narrativa, ma perché era certo al cento per cento che quei due stessero mentendo.

«Vedete, tutti credono che solo i grandi uomini possano compiere i grandi gesti necessari a mettere in moto una guerra, ma io non sono d’accordo. Secondo la teoria dell’effetto farfalla, un piccolo gesto si può ripercuotere nel tempo o nello spazio ed avere conseguenze enormi. Potrei buttare una cicca per terra, e provocare uno tsunami in Cina capite?» ma i due continuavano a non prestare attenzione. “Come si fa a chiamare attore quel pupazzo di Ashton Kutcher?” pensava Giovanni “mhm… ripercuotere…” pensava Paolo. «Stiamo parlando di un vero e proprio superpotere! Basterebbe calcolare bene tutte le conseguenze e, con piccoli gesti alla portata di tutti, si potrebbero decidere le sorti dell’intero universo. Ora mi chiedo, chi meglio di noi potrebbe riuscire in un’impresa del genere? Nessuno! Tocca a noi ragazzi, saremo la mano divina che districa i fili di questo spettacolo di marionette che chiamano “mondo”» “L’idea non era neanche tanto male, ma il cast, lo sviluppo della storia… una cagata allucinante” “Sono abbastanza sicuro che voglia dire cuocere-due-volte… se glielo chiedo però faccio la figura dell’idiota…”. Pietro parlò, parlò e parlò ancora, finche non finì tutta la saliva che aveva in bocca, e fortunatamente quel drammatico episodio coincise con la presa di coscienza dei due fidati scudieri, che avevano finalmente raggiunto l’illuminazione. Entrambi lo celebrarono con elogi sperticati «Sei un genio Pietro!» «Farai la storia Pietro!», ma arrivati a quel punto Pietro era davvero esausto. Preparò tre caffè con le cialde al caramello che aveva comprato quella stessa mattina, e tirò fuori dal forno la torta di sua nonna, servivano forze fresche per decidere come procedere.

«Bene ragazzi, sono felice che vi sia tutto chiaro, ora però dobbiamo organizzare un piano d’azione concreto. Qual è, secondo voi, il conflitto più urgente in questo preciso momento storico?»

«Questo caffè è delizioso, devo dire a mia madre di comprarlo.» In effetti Giovanni sapeva anche “vivere nell’estasi del momento” come diceva lui, “farsi una vagonata di cazzi suoi” come direbbe chiunque altro.

«È vero, e anche questa torta è squisita, solo che l’impasto è un po’ crudo, forse tua nonna la doveva… ripercuotere…?» Paolo sudava come un maiale, era più teso di un funambolo ipocondriaco.

«Ragazzi, per favore, concentratevi. E Paolo, smettila di tirare a indovinare quando non conosci una parola, cercala sul vocabolario e santo Dio, smettila di sudare, hai l’ascella sinistra che fa a gara con la destra a chi si commuove di più per il dramma della tua faccia in liquefazione. Allora, avete capito la mia domanda?»

«Sì, certo che l’ho capita, mica sono scemo. Lo sai che a volte mi assento, è forse una colpa il voler vivere nell’estasi del momento?» che faccia di culo che aveva Giovanni. «Per me la risposta più ovvia è la questione dell’immigrazione, il malcontento degli europei autoctoni e… oh Paolo, ma è assurdo, stai già sudando di nuovo. “Autoctoni”: nati nel loro attuale luogo di residenza. Dicevo, m’immagino una situazione alla Kossovitz: scontri tra le minoranze etniche e la polizia, *La Haine* che cresce sempre di più, roba così.»

«Secondo me invece dovremmo fare leva sui conflitti in Siria, con tutta la situazione dei combattenti curdi, i bombardamenti francesi, gli interessi economici internazionali e via dicendo.» Sì, Paolo era capace anche di produrre commenti pregnanti e dotati di senso, solo che succedeva raramente.

«Ottimi spunti ragazzi, sarebbero davvero delle grandi idee…» Pietro prese una pausa scenica pregna della peggiore teatralità mai vista tra quelle quattro mura, il che è strano visto che i coinquilini precedenti erano un gruppo di anziani attori polacchi al loro esordio nel mondo del teatro sperimentale. «… se solo non facessero così irrimediabilmente cagare!» Li prese così alla sprovvista che non riuscirono a commentare, e rimasero fermi davanti a lui con la bocca spalancata e le sopracciglia arcuate nella più comune delle espressioni di sorpresa. Pietro voleva esattamente quell’effetto, aveva già una risposta per la sua domanda, doveva solo convincerli che fosse quella giusta, e sapeva che dopo averli mortificati in quel modo, avrebbero accettato qualsiasi cosa, anche lanciare cacca alle pareti del Quirinale.

«Ragazzi, ma come fate a non vederlo? Chiesa contro Stato: la resa dei conti. È dal ’29 che i rapporti sono incrinati, hanno cercato di metterci una pezza a Villa Madama, ma lo sapete bene che è stata solo una paraculata. Roma, una città divisa tra il potere delle autorità civili e di quelle ecclesiastiche, è questa la frattura che dobbiamo allargare, è questa la piaga in cui dobbiamo infilare il dito. Stiamo parlando di un conflitto antichissimo che fino ad un secolo fa è scoppiato ad intervalli regolari, ma ora, con quest’idea di ripudiare la guerra come mezzo risolutivo, con questa fissazione per la diplomazia, c’è il rischio che rimanga taciuto per sempre. È qui che entriamo in scena noi.»

«Ma la Chiesa non ha più lo stesso potere temporale di una volta, il Papa non comanda un esercito, con cosa si combatteranno?» fu l’arguta domanda di Giovanni.

«Ti sbagli, il Papa controlla il più grande esercito del mondo, tutto nelle sue mani: l’esercito dei fedeli.».

Per il resto della giornata discussero su come avrebbero dovuto procedere, ed il giorno dopo avevano pronto un piano infallibile. La prima tappa era la maestosa Piazza San Pietro, meta di pellegrinaggio per migliaia di fedeli, un luogo che trasuda storia da ogni centimetro cubo, l’emblema della secolare cultura religiosa di tutto l’occidente. Oppure, come diceva Pietro: “il Vaticano, linea A, fermata Ottaviano”.

Ben era vecchio. Da tempo ormai aveva già fatto i conti con l’idea della morte, ma vedersela sbattere in faccia era un altro paio di maniche. Sapeva bene di non essere pronto, ma forse, pensò in un momento di grande lucidità, non si è mai davvero pronti rispetto alla morte. Non fu una fine facile la sua, stava lasciando quella terra lentamente, divorato dalla malattia, arso dalla sete, devastato dal dolore per l’incuria dei cari. Lo avevano accudito per anni con amore e dedizione, e ad un certo punto, puff, erano spariti, non una parola di conforto, non una carezza, lo avevano abbandonato al suo infausto destino. E alla fine era morto per davvero, con quella domanda rimasta taciuta: “perché?”, ma prima che qualcuno potesse rispondergli, arrivò l’oscuro e benevolo manto della morte a spazzare via ogni dubbio. Kadso e Armayonikavst non lo avevano annaffiato per più di due settimane, troppo presi dall’operazione di lui, e Ben, il Benjamin Ficus che troneggiava imponente sul loro balcone, fu l’unica vittima silenziosa di quel tragico incidente.

Addio Ben, insegna agli angeli a fare la fotosintesi.