Autodesk Maya: plasmare le forme dell'Architettura
Fino a Frank O. Gehry gli architetti non avevano che la carta e la matita, di molti tipi magari, ma era questo. Poi si è pensato che se gli ingegneri usavano i calcolatori per disegnare gli aerei in fondo forse ci si potevano disegnare anche grandi architetture.
Maya
Nel panorama dei nuovi software disponibili per la progettazione architettonica e urbana questo è quello con la maggiore vocazione alla modellazione. Con ciò intendo che, al nocciolo, lavorare con questo software è un po’ come plasmare la creta, che si parta dal vuoto aggiungendo materia man mano, o che si svuoti un blocco massiccio; la sensazione è molto vicina a questa.
Come base di partenza si può avere un'idea più o meno precisa dei volumi e delle forme e andare a cercare con il programma quello che più gli si avvicina, così come si può esplorare da zero e valutare a posteriori il da farsi con l'oggetto virtuale che è stato creato.
Maya rimane a detta di molti un software espressamente per animazione: personaggi, ambientazioni e altro. Nacque infatti proprio per questo scopo (cinematografia animata e gaming).
La prima versione risale al 1998, come sintesi tra il lavoro svolto dalla “Alias Reasearch Inc.”, con l’aiuto, tra gli altri, della “Walt Disney Feature Animation” e dalla “Wavefront Technologies Inc.” la cui fusione diede appunto il via allo sviluppo definitivo del software. Un’origine così articolata non poteva che dar vita a un software complesso, sfaccettato e multiforme. Nel 2005 avvenne l’acquisizione da parte di Autodesk e l’allineamento con la sua serie di prodotti, senza però che questo abbia compromesso il prodotto, che continua a essere sviluppato e implementato.
Nel mese di luglio 2012 ho partecipato a un workshop su Maya svolto a Genova presso la Facoltà di Architettura su lodevole iniziativa di due amici, Andrea Anselmo e Giacomo Pala, riuniti sotto la dicitura emergentaGe. Le persone che sono venute a farci da tutor sono grandi professionisti ormai affermati: Ludovico Lombardi e Fulvio Wirz, che lavorano presso Zaha Hadid Architects, e Niccolò Casas. Si sono concentrati sul darci i primi rudimenti, come muoversi nell’interfaccia innanzitutto.
Il primo impatto con Maya tende a impressionare, quasi spaventare, dato che i pannelli con gli strumenti e le barre sono molto numerosi e circondano tutto lo spazio di lavoro vero e proprio. La prima impressione non sbaglia, lo strumento è davvero ricchissimo di funzioni, non solo quelle evidenti, ma anche infinitamente implementabili grazie alla parte di scripting in MEL. In realtà tutto quello che si fa in Maya corrisponde a dei comandi in MEL (un linguaggio di programmazione specifico che si basa su Perl), che costituisce quasi un ambiente a sé stante in cui è possibile memorizzare azioni e far eseguire procedure. Si tratta della principale garanzia delle eccezionali potenzialità di questo software.
Successivamente abbiamo lavorato con le forme, dai passaggi base a qualcosa di più complesso, capendo quanto - ancora una volta - conti moltissimo la pratica. Quando si è alle prime armi sono complicate perfino le forme bidimensionali, figuriamoci quando si fa il salto nella terza dimensione avendo a disposizione migliaia di possibili variabili. E’ un percorso che richiede il suo tempo, tuttavia i risultati danno fin da subito molta soddisfazione, proprio perché è facile sentirli propri.
Architettura
Le tendenze che hanno percorso l'Architettura nell'ultimo Secolo si sono spesso confrontate in base a questioni di forma. Ciò che marca una differenza tra i gruppi è semplicisticamente il modo in cui viene trattato l'esterno. Salvo che una giustificazione cosciente sia sempre meglio di una scelta fatta banalmente per moda.
Maya può essere una risorsa straordinaria per il mondo dell'Architettura e alcuni progettisti hanno iniziato a sperimentare una volta colte le potenzialità di questo peculiare strumento.
In un certo senso questa potrebbe essere l'Avanguardia dell'Architettura futura. Due tra gli altri sono Hernan Diaz Alonso e Tom Wiscombe. Diaz Alonso è tra i fondatori di Xefirotarch e attualmente insegna presso lo SCI-Arc; il suo progetto (in alto) "Tabakalera" rappresenta il concept della conversione dell'ex fabbrica tabacchiera a Donostia-San Sebastián in Spagna, con forme decisamente non convenzionali, composte proprio con Maya. Il progetto in basso invece è firmato dallo studio Tom Wiscombe Design e si tratta del Beijing National Hotel; anche Wiscombe attualmente insegna allo SCI-Arc dopo essere stato assistente di Louis Kahn a Yale e aver lavorato presso Coop Himmelb(l)au.
Sono due nomi importanti in questo nuovo scenario che appare (specie agli studenti) distante anni luce dal mondo della didattica d'Architettura in Italia e dalla professione, per come si mostra quella a noi più vicina. Bisogna quindi aumentare sempre di più gli sforzi per squarciare il velo dell'ignoranza, sapere che questi aspetti esistono e sono concreti può già essere qualcosa.
Cinema
Ridurre un software del genere a un unico campo di applicazione non è realistico, infatti viene impiegato in processi creativi molto diversi. Quello cinematografico fu il primo e si capisce molto bene dal fatto che una delle sue funzionalità chiave sia la possibilità di animare le forme, cosa preziosissima anche in campo architettonico, poiché un movimento memorizzato di una forma da origine a una deformazione, giusto per citare una delle possibilità.
A sottolineare come sia versatile e associabile a diverse tecniche cinematografiche e di animazione: sia Star Wars The Clone Wars che Iron Man 2 sono in parte realizzati grazie a Maya. Sono molti i film in cui trovare lo zampino di questo software, così come in famosi videogiochi tra cui Assassin's Creed.
Fashion
Cinema e Architettura, ma anche moda. E’ possibile disegnare un vestito che sia tridimensionale anche nel tessuto (realizzato poi magari da delle stampanti 3d in materiale plastico) oppure immaginare forme particolari con “strisce” bidimensionali. Vestiti o accessori che siano, questo è uno strumento senza pari per sviluppare la propria creatività.
E' quello che realizza tra gli altri Niccolo Casas come nei due esempi disegnati per Materialise. La collezione è stata intitolata "Alchemy" e presentata durante il Materialise Fashion Show 2012, evento espressamente dedicato al mondo del Fashion e alle possibili evoluzioni legate a nuovi materiali e processi di design innovativi.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo e apprezzarne l'inventiva durante il workshop che ho seguito; da docente ci ha trasmesso quanto la sperimentazione sia ancora oggi davvero il pane quotidiano e l'unico limite sia da un lato la conoscenza, quanto più approfondita, che si riesce ad acquisire del software e dall'altro solo la propria immaginazione.
Imprescindibilità
E’ un software necessario? Non è una risposta facile. Le nostre Facoltà non abituano a pensare in quel modo, infatti se non fosse stato per gli organizzatori del workshop non ne avrebbe mai sentito parlare nessuno o quasi da noi a Genova così come nella stragrande maggioranza dei Atenei peraltro. L’ottica in cui li guardiamo è quindi quella del bambino nella stanza delle mirabilia, e nonostante questo ci dica che siamo un po’ superati forse è importante perché ce la fa apparire come l’eccezionalità piuttosto che la normalità.
Non è un modo normale di fare Architettura infatti, l'esempio che non ho ancora citato e che vedete qui in alto (il Changsha Meixihu International Culture & Arts Centre) è Zaha Hadid e le sue opere pensate con Maya che sono tanto al limite quanto famose.
Case fatte in quel modo? Non ne vediamo e probabilmente non vorremmo abitarci. Quindi non è Architettura quotidiana quella disegnata con Maya e non è neppure facile da gestire come processo edilizio, visto che i disegni sono assai complicati e servono quindi conoscenze forti per trasformarli in costruzione vera e propria.
Quando si pensa a grandi oggetti architettonici si pensa, però, in questa direzione; è questo il campo dell’avanguardia oggi e come tale merita di essere conosciuto ed esplorato.
Non è pane per tutti i denti e soprattutto non è pane che interessi a tutti masticare, ma la conoscenza di questa opzione progettuale mi sembra oggi imperativa per un'istituzione formativa e culturale che voglia confrontarsi col mondo e competere coscientemente al dibattito architettonico e urbanistico di cui avremmo un bisogno disperato. Se possibile, si faccia qualcosa.
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