Se la natura non ha occhi
Il rapporto uomo-natura è sempre stato sinonimo di ricerca di un’interpretazione sempre più precisa e accurata del mondo che ci circonda. Molti filosofi e letterati hanno indagato su tale rapporto, fin dall’epoca primitiva (quando gli uomini attribuivano i fenomeni naturali ai mondi del magico e del divino), proseguendo con la tradizione letteraria latina (Lucrezio e Plinio il Vecchio), e arrivando all’Ottocento (con Leopardi e Lorenz) fino ai giorni nostri. Sicuramente la natura mette l’uomo a conoscenza del fatto che qualunque evento è spiegabile, ma comunque inevitabile. Ancora più certo è il fatto che la natura abbia in sé delle manifestazioni violente è dovuto anche all’errato agire dell’uomo. Catastrofi come terremoti, maremoti, uragani, eruzioni vulcaniche e altro ancora vanno inserite tra quei fenomeni che sono purtroppo causati non solo dalla natura, ma anche dall’azione umana. Le catastrofi hanno comunque delle conseguenze che possono essere ridotte al minimo e, soprattutto, possono essere ampiamente spiegabili.
Effetto serra
L’effetto serra è un processo che consiste nel riscaldamento di un pianeta per effetto dell’azione dei gas “serra”, ossia composti presenti nell’aria a concentrazioni relativamente basse (anidride carbonica, vapore acqueo, metano ecc.). L’effetto serra può essere naturale o antropico.
Quello naturale è un sistema che consente la regolazione della temperatura media del pianeta intorno ai 15° C. I raggi solari a corta lunghezza d’onda attraversano facilmente l’atmosfera raggiungendo in buona parte la superficie della Terra, dove vengono in parte riflessi, in parte assorbiti dalla superficie e trasformati in calore. Il calore si dissipa verso lo spazio sottoforma di raggi infrarossi; l’interferenza che i gas serra oppongono alla dissipazione dei raggi comporta l’accumulo di energia termica nell’atmosfera, e ciò provoca un innalzamento della temperatura fin quando si raggiunge un punto di equilibrio. Se non ci fosse l’effetto serra, la temperatura media della Terra, invece di essere di 15°C, sarebbe di circa -18°C. Il più importante elemento che contribuisce all’effetto serra è l’acqua, sottoforma di vapore. La scoperta dell’effetto serra, avvenuta nel 1824, è dovuta al fisico Joseph Fourier.
L’effetto serra antropologico è invece causato dalle attività umane come industria, agricoltura, allevamento, che rilasciano nell’atmosfera dei gas serra. Le emissioni dei gas serra antropici contribuiscono a rendere più forte l’effetto serra naturale, aumentando ulteriormente la temperatura media del pianeta.
Exxon
L’effetto serra è al centro di uno scandalo che coinvolge la Exxon, famosa compagnia petrolifera americana. Essa avrebbe influito per anni sugli studi relativi al riscaldamento globale attuando una vera e propria politica negazionista rivolta non tanto ad un maggior consumo di idrocarburi ma ad accelerare lo scioglimento dei ghiacci in modo da sfruttare il prima possibile i giacimenti petroliferi nell’Artico. L’inchiesta è partita da Steve Coll, giornalista vincitore di due importanti premi letterari. Secondo i dati raccolti nell’inchiesta tutto sarebbe partito nel 1993 ma avrebbe subito un’importante accelerazione nel 1997 con gli accordi di Kyoto. Per attenuare l’accordo internazionale, la compagnia avrebbe cominciato a finanziare piccole e grandi associazioni liberiste e centri–studi al fine di mettere in dubbio sia le responsabilità dell’inquinamento industriale sia l’esistenza stessa di un riscaldamento provocato da CO2. Grazie appunto ai finanziamenti a scienziati scettici e senza specifiche competenze, e offrendo loro campagne di comunicazione pubblica, la Exxon diede a queste voci un peso sproporzionato nel dibattito scientifico. La possibilità di accedere presto alle riserve petrolifere artiche è il vero obiettivo della compagnia petrolifera, tanto che nel mese di maggio 2012 essa ha annunciato un accordo con la Russia per lo sfruttamento dei giacimenti artici.
Frane
Le frane sono dei fenomeni di movimento o caduta di materiale dovuto al superamento, da parte della forza di gravità, della forza di coesione del terreno. Interessano sia le pareti rocciose sia i pendii meno ripidi, da cui si stacca lo strato superficiale di terreno non compatto. Le frane sono generalmente un fenomeno rapido e improvviso, ma alcune possono durare molto tempo, addirittura decine di anni. Ogni frana è composta di cinque parti: la scarpata principale corrisponde alla superficie che delimita il terreno stabile dalla parte superiore della frana, e il prolungamento posto al di sotto del materiale spostato si chiama superficie di distacco; il corpo di frana è l’insieme di tutto il materiale che si muove; il piede è la parte di frana che interessa la parte più bassa del movimento stesso, mentre la testa ne costituisce la parte più alta; la zona di accumulo è lo spazio dove il materiale va a depositarsi; il fronte è la parte terminale della zona di accumulo. In base alle caratteristiche del terreno in cui si sono verificate e alle modalità di scivolamento si distinguono cinque diversi tipi di frane: di crollo, di scivolamento, di scoscendimento, di colamento e gli smottamenti. Questi due ultimi tipi di frane negli ultimi anni si stanno verificando in misura maggiore. Essi sono provocati dal terreno che si muove perché imbevuto di acqua; ciò indica che avvengono principalmente a seguito di grandi piogge. In un clima temperato (come quello presente nel Nord Italia) tali piogge non sono frequenti (e forti), ma stanno aumentando per colpa dell’uomo; uno dei motivi è l’avvicinamento al clima tropicale provocato soprattutto dall’effetto serra. Infatti, quando la temperatura è alta l’acqua evapora più in fretta, quindi l’alternanza pioggia-sole si fa più rapida; poiché l’effetto serra fa alzare ogni anno la temperatura atmosferica media, le piogge aumentano e si fanno più violente, e ciò causa appunto molte frane.
Terremoti
I terremoti (dal latino terrae motus, ossia “movimento della terra”)sono vibrazioni o improvvise oscillazioni della crosta terrestre prodotte dall'improvviso spostamento di masse rocciose nel sottosuolo (faglia) che liberano energia meccanica in un punto al suo interno chiamato ipocentro; da tal punto l'energia si propaga in tutte le direzioni sotto forma di onde sferiche dette “sismiche”, le quali raggiungono in breve tempo la superficie terrestre facendo vibrare gli strati rocciosi e i terreni soprastanti. Il luogo della superficie terrestre situato sulla verticale dell'ipocentro è detto epicentro. I terremoti sono studiati dalla branca della scienza chiamata sismologia. Essa muove i suoi primi passi nel XVIII secolo, ma è con l’americano Harry F. Reid che si hanno importanti progressi. Questi infatti, studiando il terremoto di San Francisco del 1906 e i conseguenti movimenti del terremoto lungo la Faglia di S. Andreas, giunse alla conclusione che le rocce, sottoposte a qualche sforzo, si comportano in maniera elastica e si deformano progressivamente fino a che non viene raggiunto il limite di rottura. In quel momento nella massa rocciosa si innesca una lacerazione a partire dal punto più debole e si crea una faglia, lungo il cui piano le rocce possono scorrere le une contro le altre in direzioni opposte. Le due parti dell’originaria massa rocciosa, libere di reagire elasticamente, riacquistano bruscamente il loro volume e la loro posizione di equilibrio con una seria di rapide vibrazioni che si trasmettono alle masse rocciose circostanti e che possono durare da pochi secondi a qualche minuto a seconda di come e di quanto si estende la lacerazione. Dopo il ritorno all’equilibrio l’energia elastica accumulata durante la deformazione si libera o sotto forma di calore o sotto forma di violente vibrazioni che si propagano come onde sismiche verso tutte le direzioni a partire dall’ipocentro. Tutto ciò viene definito come il modello del rimbalzo elastico.
In base a questa teoria una zona in cui si è appena manifestato un terremoto dovrebbe aver raggiunto un nuovo equilibrio, ma il perdurare delle forze tettoniche (forze delle placche su cui poggiano i continenti), in grado di deformare la crosta, tornerà ad accumulare nuova energia fino ad un successivo punto di rottura e al manifestarsi di un’altra crisi sismica. L’intero processo si può schematizzare come un ciclo sismico, all’interno dei quali si riconoscono quattro stadi: il pre-sismico, il sismico, il post-sismico e le scosse successive.
Terremoti in Emilia
In Emilia da decenni avvengono estrazioni di petrolio e gas naturale; a sfruttare il territorio non c’è solo l’Eni ma operano anche diverse compagnie, in seguito alle liberalizzazioni del 1999 e del 2001. La possibilità che esista un collegamento tra le attività di estrazione degli idrocarburi e i terremoti avvenuti nel 2012 viene indagata da Nicola Armaroli, dell’Isof Cnr di Bologna. Egli dice che le varie attività di produzione energetica possono effettivamente provocare terremoti. Infatti, per estrarre gas di scisto, ossia gas metano derivato da argille che non sorge spontaneamente una volta fatto il buco del pozzo (tramite trivellazioni), bisogna che esso sia stimolato; questo gas esce dalla terra nel momento in cui si inietta nel sottosuolo acqua ad alta pressione, sabbia e vari composti chimici, facendo così portare il gas in superficie; questa tecnica è chiamata fracking. Ma, non sapendo dove depositarlo, tale gas naturale viene rimesso sottoterra; questo ulteriore deposito porta a scismi di non debole magnitudo. Insomma, la responsabilità è da imputare alle aziende di idrocarburi? Ciò deve essere oggetto di indagine, poiché le aziende stesse smentiscono di aver utilizzato metodi del genere. La tecnica del fracking fa sì che la sabbia iniettata, satura di acqua, impedisca il normale corso delle onde sismiche le quali, costrette a trovare una strada alternativa, risalgono in superficie e quindi vengono avvertite in misura maggiore. Dalle fratture che si generano vi è una risalita di sabbia dai pozzi e dai campi, sabbia che potrebbe appunto corrispondere a quella iniettata dalle trivellazioni. L’estrazione di petrolio o gas dal terreno può provocare il fenomeno della subsidenza, ossia l’abbassamento del terreno, a cui anche l’Emilia è soggetta. Come sostiene Luca Gasperini, dell’Isnar Cnr Bologna, estraendo gas, lo stato di stress della litosfera (la parte rigida esterna della Terra) cambia, e ciò si riflette nella produzione di microterremoti. Osservando la Carta dei Titoli Minerari (quel documento che mostra le attività estrattive e di deposito di gas in Italia) relativa all’Emilia e la mappa delle localizzazioni dei maggiori terremoti avvenuti recentemente, si può notare che i punti degli epicentri e delle stesse attività estrattive si sovrappongono. Può essere una coincidenza?
A questa domanda risponde Giovanni Martinelli, il quale afferma che esiste una correlazione diretta tra l’esistenza della trivellazione e gli epicentri dei terremoti. Infatti le società petrolifere bucano il terreno in presenza di “trappole” per idrocarburi, ovvero delle strutture arcuate dove gli idrocarburi stessi vanno ad accumularsi. Eseguendo le trivellazioni, avviene una reazione del sottosuolo, e perciò possono verificarsi piccoli eventi di carattere sismico. Riassumendo, si può dire che le trivellazioni possono causare microsismi, o facilitare i terremoti stessi rompendo l’equilibrio del terreno. Ma, sicuramente, esse non risultano i principali indiziati per scosse di notevole entità.
La natura nella letteratura
Quello che però vogliamo invitarvi a fare, dopo una discussione puramente scientifica, è una riflessione importante: ciò che la natura fa tramite questi fenomeni è qualcosa di voluto oppure di puramente casuale? Per darvi qualche spunto, facciamo riferimento ad alcuni autori che, nelle loro opere, hanno affrontato l'argomento della natura.
Schopenhauer
La natura in Schopenhauer è un vero e proprio campo di battaglia: è oggettivazione, ossia concretizzazione della volontà. Ma cosa significa concretizzazione della volontà?
Per capire questo concetto è necessario risalire ai capisaldi della filosofia schopenhaueriana. Il punto di partenza è la differenza tra fenomeno e noumeno. Kant definiva il primo come l’unica realtà accessibile alla mente umana, e il secondo come un concetto-limite che rammentava all’uomo i limiti della conoscenza; in Schopenhauer invece il fenomeno è parvenza, illusione e sogno (velo di Maya), mentre il noumeno è quella realtà che si nasconde dietro l’ingannevole trama del fenomeno, ossia della manifestazione, e che il filosofo ha il compito di scoprire. Il fenomeno di Schopenhauer è quindi rappresentazione ed esiste solo dentro la coscienza; ha due aspetti essenziali e inseparabili: da una parte c’è il soggetto rappresentante, dall’altra c’è l’oggetto rappresentato. La rappresentazione inoltre si basa su alcune forme ben stabilite a priori dai concetti di spazio, tempo e causalità. La causalità assume forme diverse a seconda dell’ambito in cui opera, per cui si pone come principio del divenire (regola i rapporti tra gli oggetti naturali), del conoscere (regola i rapporti tra premesse e conseguenze), dell’essere (regola i rapporti spazio-temporali e le connessioni aritmetico-geometriche) e dell’agire (regola le connessioni tra un’azione e i suoi motivi). A causa delle forme a priori la visione si deforma, per cui la rappresentazione altro non è che qualcosa di ingannevole, e la vita è un sogno, un tessuto di apparenze. Ma oltre il fenomeno esiste la realtà riguardo alla quale l’uomo, definito “animale metafisico”, non può fare a meno di interrogarsi. Se l’uomo fosse soltanto conoscenza e rappresentazione non si uscirebbe dal mondo fenomenico, ossia dalla rappresentazione puramente esteriore; ma poiché è dato a sé stesso non solo come rappresentazione ma anche come corpo, non si limita a vedersi dal di fuori ma si vive anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Ripiegandosi su sé stesso infatti, l’uomo si rende conto che l’essenza profonda dell’io, o meglio la cosa in sé del suo essere, è la brama o volontà di vivere (Wille Zum Leben), ossia un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge a esistere ed agire. Più che intelletto o conoscenza quindi, l’uomo è vita e volontà di vivere, e il corpo altro non è che la manifestazione esteriore delle volontà interiori. La volontà di vivere è anche l’essenza segreta di tutte le cose, ossia la cosa in sé, il principio dell’universo; pervade ogni essere della natura, dalla materia organica fino all’uomo, in un processo che va dall’inconscio al consapevole. La volontà primordiale è inconscia, unica, eterna, ma soprattutto è una forza libera e cieca, non ha cioè un perché, uno scopo; non ha quindi una meta oltre sé stessa. Per cui miliardi di esseri non vivono che per vivere e continuare a vivere. La volontà si manifesta come fenomeno attraverso i cosiddetti gradi di oggettivazione; si presenta come idea a cui corrisponde un elemento che è un individuo della specie. Vi è il mondo inorganico, il mondo vegetale, il mondo animale e l’uomo (che corrisponde all’apice). In ogni grado vige soltanto l’istinto di autoconservazione. La natura, concretizzandosi per gradi, non segue un disegno razionale ma è frutto di un volere cieco, per questo è una lotta per l’affermazione dei gradi più elevati. La natura è perciò oggettivazione della cieca volontà.
Leopardi
Anche Giacomo Leopardi, famoso autore del XIX secolo, affrontò il tema della natura nella sua poetica; la sua concezione subì delle modifiche nel tempo.
La prima fase del pensiero leopardiano è caratterizzata dal contrasto tra natura e ragione, tra antichi e moderni. Gli uomini antichi infatti erano pieni di illusioni, erano capaci di azioni eroiche, erano anche più forti fisicamente; ciò favoriva la loro forza morale e contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto dell’esistenza. Il progresso della civiltà e della ragione ha spento ogni slancio magnanimo, rendendo i moderni incapaci di azioni eroiche e generando una società fondata sulla viltà, sulla meschinità, sulla corruzione dei costumi. L’uomo quindi è infelice, e lo è perché si è allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna. Ma questa concezione di natura benigna e provvidenziale entra presto in crisi. Leopardi si rende infatti conto che, più che al bene dei singoli individui, la natura mira alla conservazione della specie, e per questo fine può anche sacrificare il bene del singolo e generare sofferenza. Il male quindi non è più un semplice accidente ma rientra nel piano stesso della natura, la quale ha messo nell’uomo quel desiderio di felicità infinita senza fornirgli i mezzi per soddisfarlo. La natura insomma è un meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature; è anche un meccanismo crudele e senza scrupoli, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale perché gli individui devono perire per consentire la conservazione del mondo. La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo stesso ma solo della natura; l’uomo non è che vittima innocente dalla sua crudeltà. Leopardi rappresenta la natura stessa come una sorta di divinità malvagia che opera deliberatamente per far soffrire e distruggere le sue creature.
Dialogo della natura e di un islandese
Uno dei dialoghi contenuti all’interno delle Operette Morali è intitolato Dialogo della natura e di un islandese. Il protagonista, un islandese appunto, si reca in Africa dove incontra la natura, che appare sotto forma di una smisurata donna seduta a terra, col busto diritto. Essa chiede all’uomo cosa ci facesse in quel posto mai esplorato in precedenza dall’uomo, ed egli le rispose di essere alla ricerca di un posto dove la natura non provocasse dolore, sofferenza, male. Nel proseguire del dialogo, l’islandese evidenzia il lato malefico della natura, la considera come un’entità malvagia che persegue deliberatamente le sue creature; ma, da un punto di vista filosofico-scientifico, la considera come un puro meccanismo impersonale e inconsapevole, che non si interessa della felicità o dell’infelicità degli uomini perché deve proseguire il suo corso naturale degli eventi. C’è quindi una visione cieca, una visione che per Leopardi non può essere anche ribelle perché egli non accenna mai all’uomo come colui che rovina la natura.
Kant
Anche il filosofo tedesco Kant parla di natura. Per lui, essa è un insieme di fenomeni ordinati coglibili secondo le leggi stabilite nella Critica della Ragion Pura. La natura pertanto non è un noumeno, ossia la cosa in sé che si coglie tramite la ragione, ma è appunto un fenomeno, ossia qualcosa che si comprende soltanto con l’intelletto, un qualcosa di finito;è perciò l'uomo a coglierla, a interpretarla. Coglierne la finalità è il compito del giudizio riflettente, ossia quel tipo di giudizio che dal particolare risale all’universale.
Kant, nella Critica del Giudizio, parla anche di sublime, cioè un sentimento che riguarda qualcosa di assolutamente grande e va al di là di ogni comparazione; riguarda ciò che è illimitato, pertanto non può essere dato dall’esperienza. Il sublime può essere matematico – riguarda i numeri infinitamente grandi – o dinamico – riguarda le devastanti forze della natura. Per Kant, di fronte alla magnificenza della natura, l'uomo prova dapprima un senso di smarrimento e di frustrazione, ma riconosce poi, grazie proprio all'esperienza del sublime, la propria superiorità: in quanto unico essere del creato capace di un agire morale, egli è collocato al di sopra della natura stessa e della sua grandiosità. Kant quindi vede la natura come un elemento cieco: non sapendo pensare, agisce senza porsi il problema di chi si pone davanti ad essa, e coinvolge tutti.
Plinio il Vecchio
Tornando indietro nel tempo, nelle sua opera Naturalis Historia, precisamente nella sezione dedicata all’antropologia, Plinio il Vecchio fa una premessa sulla condizione umana, una premessa dominata da una visione desolatamente pessimistica (natura matrigna, infelicità della condizione umana). Egli afferma che la natura costringe solo l’uomo a “procacciarsi all’esterno i suoi vestiti” mentre agli animali fornisce in vario modo qualcosa che li copra; lo “getta a terra” nel giorno della sua nascita facendolo abbandonare al pianto; lo crea ma, all’inizio, non sa fare niente ed è costretto ad impararsi tutto da solo. Solo all’uomo sono stati dati “l’ambizione, l’avidità, una smisurata voglia di vivere, la superstizione, la preoccupazione della sepoltura e anche di ciò che gli accadrà dopo la morte”. Emerge da tutto ciò la visione di una natura matrigna, cruenta e crudele, che solo all’uomo ha dato così tanti peccati, così tanta sofferenza, così tante pene, così tanto dolore. Una natura che potrebbe anche essere considerata ribelle - per motivi che Plinio non specifica – perché si accanisce solamente contro l’umanità. Questa è un’ipotesi comunque un po’ azzardata: all’epoca dell’autore certamente l’uomo non sfruttava la natura come fa ai giorni nostri. È invece più credibile che la ribellione sia ad opera della divinità: la sua visione stoica del mondo imponeva di vivere secondo natura, il fatto che avvengano fenomeni naturali potrebbe significare il non aver vissuto in sintonia con essa.
Conclusioni
Dopo queste digressioni storico-letterarie, cosa possiamo dire? Noi ci sentiamo di affermare che la natura non è un elemento crudele.
Plinio dice che la natura si è comportata male solo con gli uomini, dandogli più “penitenze” da sopportare. Ma gli animali non soffrono mai? Anch’essi, ad esempio, sono costretti a cercarsi il cibo; e l’uomo potrebbe benissimo fare a meno di vestirsi se vivesse a diretto contatto con la natura; inoltre, gli animali forse non piangono, ma soffrono anch’essi, e ciò può essere testimoniato direttamente con l’osservazione. Ciò che ha in più l’uomo è la coscienza: esso è capace di capire le situazioni, le circostanze, il proprio agire, e per questo prova più dolore; gli animali invece sono dotati solo di istinto (o, anche se sono consci di sé stessi, l’istinto comunque prevale), e agiscono senza pensare, come se ogni gesto sia assolutamente naturale, faccia parte di una sequenza dalla quale non si può uscire. In effetti anche l’uomo fa parte di una sequenza: esso è parte di un progetto più grande che è la natura stessa, è un animale come tutti gli altri, è stato concepito come una parte di un ecosistema; e, come in tutti gli ecosistemi, deve lottare per sopravvivere: è capace di vincere sugli animali più piccoli o di controllare le forme vegetali innocue, ma può essere sacrificato a favore di organismi più grandi di lui. Come si diceva prima, l’uomo ha la coscienza di ciò che è e di ciò che deve fare, e per questo il suo dolore è grande; ma egli deve anche rendersi conto di accettare la situazione cui è stato destinato, e accettare il fatto che da questa situazione egli non può uscire perché la natura è presente dappertutto e opera in ogni luogo allo stesso modo. Questa ha il suo corso, il suo andamento, il suo sviluppo: è una sorta di catena circolare che non si spezza mai, è un ciclo che prosegue all’infinito e che coinvolge tutti gli esseri viventi. In essa è presente il concetto di “Niente si distrugge, tutto si trasforma”: ogni cosa esistente serve in questo ciclo eterno. Anche l’uomo pertanto fa parte di questo ciclo, non può uscire da esso. Appena cerca di farlo, viene avvisato delle sue azioni: la catena è un mondo assai più resistente dei suoi sforzi. L’uomo viene avvisato dai fenomeni naturali come quelli descritti all’inizio: frane, terremoti, effetto-serra e così via (ed è da alcuni di questi fenomeni che Kant espone il concetto di sublime). Egli non può interrompere il ciclo della natura, un ciclo che va sempre avanti senza fermarsi mai, un ciclo che è alla ricerca di sempre nuovi equilibri: appena viene alterato un equilibrio, se ne crea subito un altro, e per far questo la natura si avvale di quei fenomeni. La natura è pertanto cieca, perché le è indifferente il fatto che ad agire sia l’uomo o la natura stessa, come dice Leopardi (e poi, anche l’uomo fa parte della natura, ne è un elemento). Non è assolutamente ribelle: non colpisce solo chi le fa del male, e le sue reazioni non sono per niente volontarie, volute. E nemmeno i fenomeni naturali possono essere considerati elementi di ribellione perché, come detto prima, sono soltanto strumenti di attuazione del nuovo equilibrio. Insomma, la natura è un elemento che soddisfa per istinto i suoi bisogni. Tutto questo è molto importante: se l’uomo agisce sulla natura, questa è costretta a stabilire un nuovo equilibrio; pertanto, sta all’uomo capire di non poter fare grandi interventi sul mondo naturale al fine di evitare lo scaturire di certi fenomeni.
Ti è piaciuto?
Ricevi i prossimi articoli di Tasc via email, appena escono.
Un'email a ogni nuovo articolo. Ti cancelli con un clic.