Da "Sciuscià" a "La Grande Bellezza": l'Italia secondo "Oscar"
L'Italia intera (o quasi) si toglie il cappello e gonfia inorgoglita il petto per il trionfo al Dolby Theatre di Paolo Sorrentino e del suo capolavoro "La grande bellezza". Da domenica non si parla d'altro, soprattutto sui social network, e automaticamente scattano i confronti con altri film che hanno vinto l'Oscar in precedenza o che avrebbero meritato di vincerlo. A questo proposito, noi di Tasc abbiamo pensato di provare a misurare l'Italia utilizzando come parametri di giudizio proprio due premi Oscar italiani, per la precisione il primo e l'ultimo. A distanza di quasi settant'anni dalla prima statuetta di Vittorio De Sica, ottenuta con "Sciuscià" nel lontano 1947, Sorrentino incontra il plauso dell'Academy con un film che (proprio come "Sciuscià") parla di Roma, ma descrive l'Italia intera.
Il primo Oscar non si scorda mai

La Roma-Italia di De Sica è in ginocchio. Appena uscita dalla seconda guerra mondiale, la povertà e lo squallore precario sono la naturale condizione del popolo italiano. In questa situazione "l'arte di arrangiarsi", attività squisitamente italiana, è l'unica speranza di sostentamento giornaliero. La storia narrata da De Sica riguarda due ragazzini che fanno i lustrascarpe (appunto "sciuscià" dall'inglese "shoe-shine") e, per mettere insieme i soldi allo scopo di perseguire un loro piccolo e originale vezzo (l'acquisto di un cavallo), si troveranno a subire le angherie di un potere istituzionale tutt'altro che democratico e figlio del dopoguerra, ma di stampo autoritario e ancora vagamente fascista (il direttore del carcere minorile in cui i ragazzi vengono rinchiusi, davanti al saluto romano di un inserviente, alza in maniera istintiva il suo braccio destro, quasi a sottolineare il fatto che non bastava far finire la guerra per creare una nazione pienamente democratica). La situazione è kafkiana, i ragazzi sono in buona fede e non avrebbero fatto male a una mosca, ma le maglie dell'autorità li invischiano e saranno in grado di estrarre il male anche da quella forte amicizia.
Che Grande Bellezza!

Jep Gambardella (Toni Servillo) gironzola, invece, in una Roma diversa. Il film di Paolo Sorrentino ci racconta una Roma (anche qui Roma-Italia, se non addirittura Roma-Italia-Occidente) completamente diversa da quella di De Sica. Roma e l'Italia sono cresciute, si sono alzate in piedi e hanno conosciuto il boom economico, la ricchezza, il turismo di massa e globale. La Roma (e con lei l'Italia) quasi "bambina del dopoguerra" di De Sica, nel film di Sorrentino si è ormai fatta donna. Troppo. Infatti "La grande bellezza" ci dipinge una Roma-Italia eccessiva, opulenta, volgare e materialista, in cui non c'è più spazio per la scoperta del bello, e nella quale anche i canoni estetici sono imposti da una cultura di massa imperante, che livella tutto ciò che incontra in maniera quasi disumana. Emblematica è la scena in cui un nutrito gruppo di persone si trova in una sala d'aspetto e ognuno paga centinaia di euro per iniettarsi dosi di botox. I visi che si prestano al trattamento sono visi deformi, inespressivi, osceni. Eppure il senso qual è, se non quello della ricerca del bello? Solo che la bellezza non si coglie secondo i canoni standard, la bellezza esiste nelle passeggiate notturne di Jep all'interno dei palazzi nobiliari di Roma, nel suo sublime e impareggiabile patrimonio artistico. La grande bellezza è il senso della ricerca di tutta la vita di Jep Gambardella, la sua personale lotta contro lo squallore che lo circonda si racchiude nel titolo del film. Jep è parte di quel mondo, ma riesce a prenderne le distanze, è parte della decadenza, ma ne è consapevole. E questa sua consapevolezza lo rende, in ultima analisi, un personaggio positivo.
The dark side of Italy

"Finisce sempre così, con la morte. Prima, però, c'è stata la vita"
In entrambe le narrazioni c'è un elemento che aleggia ineluttabile, il concetto di morte. Si respira un'aria di morte imminente in tutto ciò che circonda Jep: "Finisce sempre così, con la morte. Prima, però, c'è stata la vita" ci dice Servillo in una delle sue lunghe riflessioni. E non si sta riferendo soltanto alla morte fisica (pure presente all'interno del film e richiamata, allegoricamente e direttamente, in più di una scena), ma ad una morte spirituale. In De Sica, inutile dirlo, la morte è l'unica via alla catarsi, anche per colpe che non si sono commesse. E come avrebbe potuto non pensarlo la Roma-Italia che aveva visto le bombe, il fascismo e gli orrori della guerra civile e dell'occupazione nazista? La commedia all'italiana avrà ancora bisogno di qualche anno per nascere, un periodo che l'Italia utilizzerà per leccarsi le ferite e per ritrovare quella spensieratezza amara che sempre ci ha caratterizzato e che ha fatto grande il nostro cinema e la nostra letteratura. In settant'anni, quindi, l'italia ha continuato a descrivere il suo lato oscuro, tenebroso e fatalista, e dopo settant'anni questo tipo di narrazione affascina ancora. Il leitmotiv di quasi tutti gli Oscar italiani, infatti, è stato proprio il "cantare l'italianità". Solo Roberto Benigni è riuscito ad arrivare alla statuetta agognata trattando una tematica non esclusivamente italiana.
La ricerca del bello

La speranza nel domani è forse il criterio migliore per analizzare, con gli occhi dei signori dell'Academy, l'evoluzione del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi. Nell'Italia trafitta al cuore del primo De Sica, infatti, non c'è spazio per un domani radioso. Tre anni più tardi girerà un'altra pietra miliare del cinema italiano (anch'essa premiata con l'Oscar) "Ladri di biciclette" che ribadisce l'idea di pessimismo verso il domani che si percepiva in quell'Italia ancora dolorante. Per fortuna, tra piano Marshall e boom economico, l'Italia tornò a sorridere e si piacque così tanto nel divertirsi e nel godersi la vita che, settant'anni dopo, la speranza si affievolisce dal lato opposto, nell'inevitabile squallore del lusso e dell'eccesso della decadenza. Eppure, non tutto è da buttare. In settant'anni, infatti (o forse anche di più, si potrebbe forse risalire alle comunità pre-romane) qualcosa da salvare probabilmente si è creato, forse non tutto è decaduto, non tutto è squallore e non tutto è eccesso. Ecco, allora, che Jep Gambardella diventa il nostro Virgilio nella ricerca del bello, oltre l'effimero e l'immediato. Una ricerca non facile perché, come dice Francesco Guccini relativamente alla felicità: "felicità che sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta, quasi fosse anagramma perfetto di facilità, barando su un'unica lettera", la difficoltà è intrinseca al concetto stesso di ricerca, ma chi riesce a vedere oltre il proprio naso, oltre l'apparenza immediata delle cose, allora può avere accesso al bello, che nel film di Sorrentino coincide con la salvezza spirituale (il ritorno alla vita più tranquilla del paesino d'origine, la frase lapidaria di suor Maria "Sai perché mangio solo radici? Perché le radici sono importanti", la bellezza di fermarsi un attimo, un secondo nella contemplazione di ciò che c'è intorno a noi). Questa è la grande bellezza che Sorrentino ci ha donato, un messaggio salvifico e di speranza che, in momenti difficili come quelli che attraversiamo, ci ricorda in ogni momento che la bellezza non muore, non può morire. Basta solo saperla cercare.
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