Tasc & Grafite

Osservazioni sul nostro Paese

Spesse volte sentiamo dire che l’Italia è indietro. Agenda digitale? Siamo indietro. Ripresa economica? Siamo indietro. Lavori per l’EXPO? Siamo indietro. Sembriamo dotati di una capacità innata nel restare indietro.

Ovviamente, prima di analizzare i possibili errori che ognuno di noi, singolarmente, commette, ci scagliamo contro uno Stato che, nel suo complesso, è costoso e poco efficiente. Personalmente, non amo scaricare sulle istituzioni le colpe di un Paese, per un semplice motivo: le istituzioni rappresentano un Paese, non sono un Paese. Possono capitare eccezioni, che storicamente portano alla rivolta popolare, ma, normalmente, istituzioni inefficienti sono lo specchio di abitanti inefficienti, così come istituzioni corrotte e non rispettose delle leggi sono lo specchio di abitanti allo stesso livello; l’unica differenza, se proprio vogliamo trovarne una, è che se un semplice cittadino al più può rubare le tasse che non paga quando non richiede lo scontrino al bar, il politico ha fonti ben più ingenti dalle quali attingere.

Paragrafo 2

Non voglio fare un discorso qualunquista, e so perfettamente che esistono molte persone, nel nostro Paese, che vivono la loro vita in tutta onestà, che rispettano le liste di attesa degli ospedali anche se conoscono il primario, che pagano il canone RAI anche se la ritengono una tassa inutile, che non parcheggiano in divieto di sosta (o, se lo fanno, accettano di essere multati dai Vigili Urbani senza usare frasi del tipo “stavo facendo una cosa da 5 minuti”), che non accettano pagamenti in nero e che non salgono sul pullman se non hanno il biglietto. Lo so. Mi rivolgo a tutti gli altri.

Paragrafo 3

La nostra classe politico/dirigenziale è famosa per la sua disonestà. Maurizio Crozza è perfino riuscito a tirar fuori uno show di grande successo che tratta quasi esclusivamente di questo: scorrettezza e disonestà della classe politica e dirigenziale. A tratti fa anche ridere, sembra quasi una favola che incontra la satira; eppure è la realtà. Registrazioni a telecamere nascoste ci mostrano politici che dichiarano apertamente di fregarsene del Paese e di avere come unico obiettivo il famoso vitalizio, altre ci mostrano bustarelle piene di soldi che arrivano nei palazzi della Regione e che aprono la strada ad appalti e favoritismi… insomma, lungi da me dal dire che la nostra classe dirigente è onesta. Ma, quando prova ad esserlo, si scontra con la popolazione.

Paragrafo 4

Recentemente il Governo ha emanato una legge, o comunque qualcosa di simile, che obbliga tutti gli esercizi commerciali ad accettare pagamenti elettronici per cifre superiori a 30 euro. Questo non vuol dire che non si possa pagare in contanti, ma semplicemente che il commerciante non può rifiutare un pagamento elettronico se il conto fa 30 euro o di più. Il motivo è semplice, e nemmeno troppo difficile da intuire. Nel nostro Paese gira una montagna di denaro nero (così grande che una stima del valore del nostro mercato nero è stata inserita nel PIL per motivi che non sto a spiegarvi, visto che credo di essere già parecchio noioso), e il controllo dei flussi di denaro nei conti correnti non porta a grandi risultati, essendo che chi guadagna soldi in nero non è così scemo da versarli in banca. Perciò servono altri metodi per scovare dove si nasconde quella montagna di soldi, e i pagamenti elettronici possono dare una grossa mano, per due motivi:

  1. Se paghi con il bancomat, vuol dire che i tuoi soldi sono passati in banca, e quindi sono tracciabili
  2. Se paghi con il bancomat, il proprietario dell’esercizio commerciale non può non dichiarare di aver preso quei soldi da te

Come si dice, si prendono due piccioni con una fava.

Paragrafo 5

C’è solo un problema in tutto questo: questa legge, come tutte le leggi, deve essere rispettata per poter funzionare; ma, soprattutto, lo Stato deve avere i mezzi per punire chi non la rispetta. Altrimenti è solo carta straccia. Ora, se il 99% del nostro Paese rispettasse i requisiti del paragrafo 2, probabilmente una legge del genere non sarebbe neanche stata scritta. Ma, poiché credo che non sia questa la percentuale corretta, e vista la mia esperienza in giro per negozi, posso assicurarvi che è un miracolo se il 20% degli esercizi commerciali ha mutato le proprie abitudini in seguito a questa legge.

Il tabaccaio, il cartolaio, il negozio di frutta e verdura, il macellaio, il barista: i pagamenti con la carta non li accetta nessuno. Magari il POS è li, accanto al registratore di cassa, pronto a fare il suo dovere nel caso entrasse la Guardia di Finanza, ma, per il resto, solo contanti (senza scontrino ovviamente).

Conclusioni

Chiudere questo articolo, un po’ anomalo in un magazine come Tasc, è difficile. Ho voluto riflettere con voi su questo argomento, che a me personalmente sta molto a cuore, perché mi sembra che l’audience di Tasc sia l’unico in grado di prestare ascolto ad uno sfogo del genere. Come sicuramente saprete, noi di Tasc siamo una crew molto giovane, per buona parte ancora impegnata negli studi liceali o universitari, e pertanto, presto o tardi, ci troveremo di fronte a un bivio: andare all’estero o restare in Italia. Personalmente, la vedo così: provare a dare una scossa al Paese (restando in Italia) o gettare la spugna (andando all’estero). Io non so dirvi, oggi, cosa deciderò quando sarò di fronte a quel bivio, ma più mi guardo intorno e più mi è chiaro che l’Italia non può cambiare se gli italiani non sono disposti a farlo.

Siamo nati, cresciuti, e viviamo con la convinzione che fare una coda anche se abbiamo modo di eluderla è stupido, che il canone RAI lo pagano solo gli scemi, che parcheggiare in divieto è virile, che se compriamo l’iPhone in contanti con i soldi guadagnati in nero non c’è nulla di male e che c’è sempre una motivazione valida per salire sul pullman senza il biglietto. È la nostra natura.

Beh, io non so cosa dire a chi mi chiede se voglio restare qui. Credete che sia possibile rendere oneste persone che non sanno nemmeno il significato di questo termine? Io non ho una risposta a questa domanda.

Fortunatamente, un po’ di tempo fa lessi un articolo sul Venerdì di Repubblica. Il giornalista, che mio padre mi ha spiegato essere una delle firme più anziane del giornale, rifletteva esattamente su questo. La sua conclusione, che faccio mia alla fine di questo lungo e noioso articolo, è questa:

Un Paese non è fatto di leggi, di governi, di istituzioni, di burocrati; è fatto di materiale umano. E per cambiare il materiale umano ci vogliono secoli.