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Xiaomi, meteora o nuovo fenomeno?

Balzata agli onori di cronaca proprio in questi giorni, la "Apple cinese" (come ama definirsi) è cresciuta in maniera esponenziale nell'ultimo anno, tanto da guadagnarsi il titolo di capofila dei marchi che insediano le cinque grandi sorelle del settore smartphone mondiale.
Ma Samsung, Apple, Huawei, LG e Lenovo sono davvero spaventati dall'ascesa dei "piccoli"? E soprattutto, quanto questo fenomeno di crescita e rapida espansione è in grado di reggere il confronto a lungo termine con i già citati colossi?
Oggi Luca Argenziano e Alberto Gerin vogliono darvi un diverso e personale punto di vista a riguardo; attendiamo, come sempre, i vostri pareri e giudizi nella sezione dei commenti!

Una balena in un lago

Luca

Il governo cinese, come sappiamo, è piuttosto restio a consentire un accesso libero e incondizionato ad internet alla sua popolazione; uno degli ultimi eventi eclatanti è stato il blocco della posta di Gmail, seppur il governo si sia dichiarato innocente in merito.
In un panorama del genere, è più semplice per i "pesci piccoli" farsi strada, e non a caso molte aziende che producono essenzialmente hardware (leggi smartphone) sono nate proprio in Cina: Huawei, Xiaomi, OnePlus, Oppo sono solo alcune di queste. La ricetta è abbastanza semplice: produci un hardware efficiente ma economico, prendi Android, crea alternative valide ai servizi di BigG e il successo è assicurato.
Così come Sina Weibo ha scalzato Google, e Alibaba ha scalzato Amazon, anche Xiaomi si appresta a non avere rivali in Oriente. Tuttavia, essere il pesce più grande in un lago non ti da automaticamente il potere di poter spaventare gli squali dell'Oceano.

Apple, Google, Sony, Microsoft, sono tutte aziende leader di settore in un mercato libero, senza restrizioni, e primeggiano in innumerevoli stati nel mondo. Il fatto che la Cina abbia più di un miliardo di abitanti ha reso grandi i pesci piccoli, come Xiaomi appunto, ma al di fuori di questo mercato? Al di la dei dati finanziari pubblicati dai giornali, la presenza di Xiaomi in occidente è inesistente. Non credo di poter prevedere cosa accadrà quando l'azienda cinese proverà a conquistare anche il mondo occidentale, ma concludo la mia riflessione con questa domanda: se in Italia non fosse possibile ascoltare musica in streaming da servizi non italiani, Tim Music rappresenterebbe una minaccia per Spotify su scala mondiale?

La grande sfida

Alberto

Sviluppare un prodotto, che non sia semplicemente la replica di qualche altro "già visto" è quasi sempre una sfida avvincente e decisamente dura; immaginarsi copiare qualcosa che già c'è e venderlo non soltanto per sopravvivere, ma per fare soldi a palate, dev'essere un incubo più che un sogno.
Evidentemente non la pensa così Lei Jun, l'informatico 44enne cinese a capo di Xiaomi: emulatore di Jobs in ogni singolo dettaglio, persino nell'abbigliamento da presentazione ufficiale (dolcevita e jeans blu) e nella tanto trepidante frase "one more thing" (l'unica slide di tutta la presentazione durata quasi 100 minuti ad essere in inglese), nel giro di 4 anni è riuscito a racimolare più di 12 miliardi di dollari. Sintomo di mercato saturo? Pare proprio di no, eppure guardando da vicino i prodotti Xiaomi si ha la reale precezione di essere nel vortice di un deja-vu:

ma io questo smartphone e questi tablet li ho già visti da qualche parte...

Eppure i mercati asiatici accolgono i prodotti Xiaomi con crescente entusiasmo (si stima che siano stati venduti più di 60 milioni di telefoni lo scorso anno), soprattutto in Cina, Brasile ed India: sono questi due, più della stessa Cina, i mercati trainanti del marchio: economie emergenti ed in rapida ascesa, che poco o nulla risentono delle crisi occidentali, con larghe disponibilità di accesso alla tecnologia economica ma con il desiderio di raggiungere qualità eccelse.

Al contrario di Apple, però, i cinesi vendono la tecnologia di prima fascia come fosse di livello più basso, accontentandosi così di percentuali di profitto più basso, puntando sulla quantità e sul volume: è davvero questa la strategia vincente?
Una cosa, di certo, Xiaomi imparerà dai concorrenti nei paesi più industrializzati: bisogna avere buoni amici, essere bravi a litigare e, soprattutto, avere le tasche profonde.

Quando rubare diventa motivo di vanto

Alberto

Stando a ciò che dicono le testate mondiali più competenti, Jun non sta vincendo queste sfide con "farina del suo sacco": se infatti la vicinanza ad Apple è arcinota, persino nell'accesso ai prodotti con punti vendita minimal simili agli Apple store, usare immagini da National Geographic o da Flickr semplicemente rimuovendo il watermark, o ancora creare una fantastica presentazione video di chiara provenienza occidentale ma basata su una palette di colori differente, non è semplice emulazione: è rubare. Così come non è accettabile che si "colgano" idee già presenti e già registrate su Kickstarter, con progetti come Pressy, e le si ripropongano pari pari ad un decimo del prezzo.
Non è giusto, legalmente, moralmente ed economicamente.
Dunque: si tratta di soli svarioni dovuti alla giovanissima età del brand cinese (e dello stesso Jun), quindi appigli per tutti i detrattori occidentali, dipinti come difensori dei colossi multimediali tradizionali, oppure è davvero un concetto malato di saper vendere le idee altrui mostrandole come proprie?

Un altro tasto dolente per Xiaomi (o Mi, opzione nominale per un appeal occidentale) è quello che riguarda i brevetti: quelli in possesso del marchio sono davvero limitati, perciò la sfida di questo inizio 2015 per il colosso cinese risiede tutta nella capacità di lanciare sul mercato un prodotto nuovo, non solamente la copia economica di qualcosa che già esiste; un po' quel che fece Samsung con la filiera indossabile Gear e la prima Apple con l'iconico iPod.
Sempre in questo contesto, sarà sufficente rubacchiare qua e la buoni, ottimi ingegneri e sviluppatori (Hugo Barra, attuale vicepresidente, viene da Google)? Basterà ad accendere una scintilla innovativa nel cuore del marchio cinese?
E sono affidabili le voci che vorrebbero l'abbandono di Android da parte di Xiaomi, a favore di una nuova piattaforma completamente indipendente?

Onestamente, ci crediamo poco. Ma
 solo il tempo potrà dirci chi la spunterà.

Le immagini appartengono a Techcrunch e Xiaomi.