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Perché Zerocalcare mi ha spiegato meglio di tutti la crisi Siriana

Il 2015 sta finendo e purtroppo – o per fortuna – siamo sempre informatissimi su tutto, sempre sul pezzo, sempre a leggere i nostri feed per non perdere mai niente di ciò che succede nel mondo. Ma che lo vogliate o meno, sapere tutto è impossibile, soprattutto se l’informazione viaggia su canali convenzionali come la televisione che la maggior parte di chi sta leggendo questo articolo non guarda più perché si sente un botto alternativo. Purtroppo, però, io vivo ancora con i miei genitori che la televisione la guardano e quindi mi rendo conto dello Scompenso. Per rendere visibile lo Scompenso, dunque, analizzeremo un argomento facile: la crisi del confine turco-siriano.

Cosa NON è questo articolo

Un trattato di geopolitica, una Summa Crisis sulla questione Siriana, una dichiarazione d’amore per Zerocalcare (per quanto potrei davvero spendermi in questo per pagine e pagine). Quello che cercherò di fare è rendere partecipi anche voi miscredenti che non leggete Zerocalcare della situazione del Rojava, una regione siriana di cui parleremo diffusamente ma di cui spessissimo non si parla perché “vabbè ma chi se ne frega dei curdi”. Sicuramente la mia disinformazione è massima e non sarà improbabile trovare qualcuno di voi che invece sul Rojava ci aveva fatto una ricerca alle elementari. Spero solo di trovare almeno un lettore che non sapeva niente sul Rojava fino alla terza riga di questo paragrafo e che non abbia mai letto Zerocalcare.

Ma chi è Zerocalcare?

Se questo articolo è la prima cosa che leggete su internet da due anni a questa parte potreste non sapere chi è Zerocalcare e ciò è molto grave ma vi verrò brevemente in aiuto: Zerocalcare è un fumettista di Rebibbia (scusa Calcà ma "romano" mi sembrava limitante) che ha all'attivo diversi libri a fumetti spiccatamente autobiografici. Collabora con diverse testate giornalistiche come Wired Italia, Internazionale, Repubblica e ha un blog che aggiorna quando può. Candidato al Premio Strega 2014 con "Dimentica il mio nome", mentre scrivo questo articolo ha annunciato la prossima uscita di un intero libro sul Rojava.

Quello che più o meno tutti sanno

Dal 2011 in Siria c’è grande agitazione. Tutto è cominciato con la Primavera Araba che, in seguito ai fatti accaduti in Libia e in Egitto, ha indotto in Siria mobilitazioni di protesta contro il governo di allora (di fatto dittatoriale) tutto sommato molto limitate. Col passare del tempo queste manifestazioni acquisirono un carattere sempre più violento tanto da dover essere represse dalle forze armate. Ora, senza entrare nei dettagli che potete leggere su Wikipedia, fondamentalmente le rivolte sempre più numerose e importanti hanno portato allo scoppio di una vera e propria guerra civile che ha coinvolto tutto lo stato della Siria. In particolare si sono formate tre fazioni principali:

  • i filogovernativi;
  • le forze ribelli che identificheremo per ora con l’ESL (Esercito Siriano Libero) costituito da disertori, volontari e più o meno chiunque ne appoggiasse la posizione contro il regime al potere;
  • le forze curde YPG e YPJ che puntano alla difesa della popolazione curda da tutta la serie di scontri che inevitabilmente si genera in una guerra civile.

Per chi non lo sapesse, i Curdi sono un popolo che abita in diversi stati (il Kurdistan formalmente non esiste) e che da sempre rivendica l’autonomia ma anche di questo ne parleremo dopo. In quasi 5 anni di guerra civile le cose non sono rimaste, ovviamente, in questo stato di semplicità: sempre più gruppi estremisti di matrice islamica sono comparsi nello scenario siriano.

Tra questi c’è anche l’ISIS che tanto ci spaventa e di cui, giustamente, tanto si parla. Mentre infatti i gruppi più filogovernativi e l'ESL si davano battaglia, il sedicente Stato Islamico (ringraziamo TUTTI i giornalisti italiani per questa locuzione così inflazionata) ha avuto tutto il tempo di avanzare sul terreno siriano, conquistare città, uccidere persone, seminare, in definitiva, il terrore. E questa era la parte facile, che davvero tutti, con o senza lo Scompenso dei mezzi di comunicazione, bene o male sapevamo.

Curdi, Rojava, Kobane

NOTA BENE: da questo punto in poi moltissime delle cose che leggerete me le ha spiegate, o ha fatto in modo che le andassi a cercare, Zerocalcare. Al di là di quanto questo sia in un certo senso degradante nei confronti della qualità dei miei livelli di informazione medi, rendetevi conto di cosa un fumetto è riuscito a fare.

Gallia est omnis divisa in partes tres. Così Giulio Cesare nel De Bello Gallico principiava a parlare della Gallia. Possiamo fare la stessa cosa con il Rojava, che è una striscia di terra al confine tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, popolato per la maggior parte dai Curdi e diviso nei tre cantoni di Afrin, Cizre e Kobane. Il capoluogo del primo è Qamishlo mentre i capoluoghi per gli ultimi due cantoni sono le città omonime.

Kobane è certamente la città più famosa, un po’ per la presunta assonanza col cognome di Kurt Cobain (in realtà si legge cobane), un po’ perché si è trovata a dover fronteggiare l’avanzata dell’ISIS con le sole unità YPG e YPJ. Perché? Prima di tutto perché a Damasco, sede del governo siriano dicono “chiselifilaicurdi”. Secondo poi perché tutte le altre forze in gioco erano impegnate a darsi battaglia nell’interno della Siria. Attualmente il Rojava deve farsi carico, oltre che delle incursioni dell’ISIS, che però è stato allontanato da Kobane, anche degli attacchi della Turchia che è accusata di avere contatti con l’ISIS, anche grazie ad un numero sempre crescente di prove, in particolare video di droni che dimostrano la collaborazione tra le due parti. Lo stato turco infatti porta avanti da moltissimo tempo una politica volta a restaurare qualcosa di simile all’impero ottomano (seriously?) messa in pratica con azioni mirate a destabilizzare gli stati vicini come la Siria per tentare di fagocitarli. Ciò è chiaramente controproducente rispetto agli enormi sforzi della comunità internazionale per giungere in breve tempo a una soluzione politica della questione.

Ciò detto, ai più il Rojava potrebbe apparire come una classica realtà indipendentista come tante, se non fosse che i Curdi sono il popolo più numeroso (40 milioni) a livello mondiale, senza uno stato. Per chi parla difficile difficile possiamo dire che mancano di uno status giuridico e politico. Si sta parlando quindi di moltissime persone costrette a vivere, di fatto, represse e divise in 4 nazioni.

Il Rojava ha il Contratto Sociale più bello del mondo

In virtù di ciò nel marzo 2014 il Rojava, approfittando, se così possiamo dire, della situazione politica della Siria, si è dichiarato regione autonoma (neanche si sono dichiarati indipendenti, guardate che modestia) adottando un Contratto Sociale che “L’Italia ha la costituzione più bella del mondo” (Benigni, mi leggi?) è la frase che nessuno pronuncerebbe mai dopo averlo letto. Basato sulla pluralità dei popoli, tale Contratto è fondamentalmente frutto della storia del popolo curdo: chi è stato oppresso non opprime. Potrei stare qui a sciorinarvi tutta la bellezza degli articoli che hanno scritto e che ho letto ma mi limiterò a riportarne uno

Articolo 86:
Il giuramento costituzionale da parte dei membri dell’Assemblea Legislativa:
Giuro su Dio Onnipotente di rispettare la Carta e le leggi delle regioni Autonome, di difendere la libertà e il benessere del popolo, di salvaguardare la sicurezza delle Regioni Autonome, di proteggere il diritto alla legittima difesa e di adoperarmi per la giustizia sociale, in accordo con i principi democratici qui racchiusi.

“Mecojoni” direte voi: uno stato così avanzato giura su Dio Onnipotente, mandando a farsi friggere tutti i principi di uguaglianza religiosa e sociale? Ebbene sì: che lo vogliate o meno i Curdi sono un popolo religioso, principalmente islamico, che di certo non abbandonerà le sue tradizioni secolari per voi. Inoltre il Contratto Sociale del Rojava dimostra una grandissima apertura alla diversità e alla giustizia, pur mantenendo viva la matrice religiosa del popolo.

Come Zerocalcare mi ha spiegato tutto ciò

A gennaio è uscita su Internazionale Kobane Calling "una storiona a fumetti" in cui Zerocalcare racconta il suo viaggio con la staffetta romana in Rojava. Tale staffetta, organizzata da Rojava Calling, un progetto che si occupa di informazione solidale riguardante, guarda un po', il Rojava, consiste di tutta un serie di persone che sono andate "non a Kobane Kobane ma lì vicino" per fornire aiuto umanitario e per informare il resto del mondo su tutto quello che non è il conflitto che ci raccontano nei telegiornali. Tuttavia, gira che ti rigira, del conflitto ci finisci a parlare perché nella storiona emergono le dinamiche per cui la Turchia aiuta l’ISIS, per cui gli Stati Uniti potrebbero “sbragà tutti in tre giorni ma a nessuno va”, per cui le unità di protezione della popolazione curda si fanno un mazzo così per resistere a Kobane. Ma in Kobane Calling c’è di più: molto di più. Dentro quel fumetto c’è il chai, l'onnipresente tè curdo che, a quanto pare, assume il ruolo che ha il prezzemolo nella cultura italiana.

Scherzi a parte, non credo ci potesse essere fumettista più adatto di Zerocalcare per raccontare la realtà del Rojava. Da sempre portavoce e indagatore delle paranoie e dei difetti dell’umanità in cui personalmente mi riconosco con un livello di accuratezza allucinante, Calcare riesce a sbatterti davanti agli occhi la vita di quella gente, il loro pensiero, la consapevolezza profonda che hanno quando parlano di quello che stanno vivendo senza volerlo. ZC rappresenta con buona approssimazione tutte quelle persone che non hanno (ancora) ben capito com'è che funziona la situazione laggiù. Nel portare il suo aiuto, non assume la posizione del reporter che mira all'inchiesta da Pulitzer: è profondamente spontaneo, è il reporter che se deve dormire fuori da Rebibbia per più di 72 ore ha la tachicardia.

È proprio questa caratteristica che probabilmente fa la fortuna di Zerocalcare e della sua storiona: la possibilità di ognuno di noi di vedere le sue azioni come nostre ci permette di percepire come altrettanto nostri i suoi pensieri su quello che ha visto a migliaia di chilometri da casa sua. Per questo Zerocalcare mi ha spiegato meglio di tutti la crisi siriana. Di notevole importanza nell'alchimia del fumetto è poi la questione dell'ISIS. Rappresentati come i punk di Ken il Guerriero, i miliziani dello Stato Islamico vengono in un certo senso esorcizzati dalla loro rappresentazione fumettistica benché mantengano sempre il ruolo che poi compete loro nella realtà delle cose.

Tuttavia il contesto in cui si pongono è diverso da quanto ci si può aspettare: nessuno è realmente spaventato dalla loro presenza, tutti sono, piuttosto, arrabbiati. Arrabbiati perché chi potrebbe bombardare tutto non lo fa, perché le persone sono costrette a vivere in edifici di paglia e fango perché questi punk di Ken il Guerriero occupano le loro case che distano poche centinaia di metri. Ovviamente non posso spoilerarvi tutta la storia perchè merita davvero e preferirei la leggeste quindi mi fermerò qui per quanto riguarda Kobane Calling: assicurandovi che è uno strumento di informazione davvero utile per aprire gli occhi sul Rojava di cui nessuno parla.

In extremis citerò anche Ferro e Piume, una storia corollario di Kobane Calling, per esprimere un mio pensiero. Questa storia racconta, tra le altre cose, un semplice pomeriggio in Rojava sulla strada per Kobane in cui il nostro eroe Calcare lotta con tutte le sue forze contro la voglia frenetica di scrivere REBIBBIA REGNA su un antico ponte romano, e veniamo così al mio pensiero: com’è noto l’ISIS sta distruggendo antichi reperti archeologici di inestimabile valore storico e artistico: non so voi, ma a me questa cosa mette più ansia delle decapitazioni, dell’Ebola e di quello che vi pare, probabilmente perchè sono abituato alla tipica scritta da museo “Guardare senza toccare”. Va bene che l’ISIS viola questo principio anche con territori, case e quant’altro (tipo le vite umane), ma vederlo trasgredito con cose così antiche, che sono sempre state lì da quando sono state costruite, che caratterizzano in maniera così evidente quel territorio, mi fa lo stesso effetto che mi farebbe la notizia in cui viene annunciato che l’ISIS ha prosciugato il mar Caspio.

Conclusioni

Probabilmente è la tecnica del fumetto che si presta particolarmente all’intento ma tant’è: la Siria mi ha scosso di più con una storia a fumetti che con anni di telegiornali e articoli su internet. Zerocalcare ha realizzato un lavoro magistrale con la sua testimonianza intima e vera sulla Siria che nessuno racconta, una testimonianza su uno stato che ha capito che la convivenza, la comprensione e la condivisione (si, è una triade da Rivoluzione Francese) sono le uniche cose che servono per la pace. Tornando poi allo Scompenso che citavo ormai diverse righe fa direi che l’inadeguatezza dell’informazione ordinaria è lampante. “E che dovevi venire a dircelo te?” direte voi. No, ovviamente no: non è una scoperta dell’ultimo secondo e sono sicuro che tutti voi siete avvezzi all’informazione su internet e multifonte. Lo Scompenso è dato dalla mancanza dei contenuti tipo quelli di Zerocalcare nell’informazione di massa, quella che guarda pure mia madre, per intenderci. Perché nessuno mi viene a parlare del Chai? Perché stiamo sempre a parlare della politica che c’è dietro le persone che perdono la vita? C’è da chiederselo.