Tendenze

Le serie TV (s)consigliate di questo Autunno

Le abbuffate di Natale sono già state dimenticate (o forse no? La pancia ringrazia), e molte serie vanno in pausa per riprendere il prossimo anno. Abbiamo deciso di tirare le somme sulle serie andate in onda questo autunno, così, se siete degli appassionati, magari potrete dedicarvi a qualche recupero (o ad evitarlo) durante le vacanze natalizie. Per gli amanti delle classifiche: le serie proposte sono ordinate dalla peggiore alla migliore, per aumentare il fattore sorpresa, sempre che non decidiate di scrollare. Bando alle ciance e cominciamo!

Heroes Reborn

Fare peggio delle ultime tre stagioni - su quattro! - di Heroes era un obbiettivo difficile ma non impossibile da raggiungere, e Kring, infatti, non ci riesce. Sia chiaro, non è che non ci provi ma, nonostante l’impegno, questi circa due terzi di stagione (mancano ancora tre episodi) del sequel di Heroes non è da buttare. Non completamente, almeno.

Il soggetto - “salvare il mondo!” - è trito e ritrito, soprattutto in questo periodo dove spuntano in continuazione film e serie tv di supereroi, però tutto sommato la storia funziona. Oddio, non mancano alcune storture, come la totale assenza di Peter Petrelli e Sylar che, ricordiamolo, sono i due Heroes più potenti della prima serie o gli artifici tecnici usati per impedire che la faccia di Claire Bennett (che non ha partecipato al progetto) venga mostrata. Ma, se si ignorano queste forzature, la serie diventa quasi sopportabile. Unico problema veramente grave è il winter finale: un cliffhanger potevano regalarcelo, suvvia!

Sleepy Hollow

Anche quest’anno Sleepy Hollow continua sui discreti livelli a cui ci ha abituato in passato confermando, però, anche le solite lacune che si porta dietro da più di due anni a questa parte. Non trova ancora spiegazione, ad esempio, come un tizio con vestiti ottocenteschi partecipi ad indagini federali.

Le lacune vengono in parte attutite dai due attori principali: il ruolo di Ichabod Crane sembra fatto apposta per Tom Mison, che lo interpreta alla perfezione; meno riuscito, invece, è il personaggio interpretato da Nicole Beharie che in Shame è sembrata una buona attrice ma qui passa buona parte del tempo a muovere sopracciglia e ad inumidirsi gli occhi; ciò non toglie che insieme funzionino molto bene. Il calo di ascolti credo sia giustificato dal fatto che, nonostante ci siano stati grossi cambiamenti, la serie non si sia evoluta rispetto alle stagioni passate.

Per gli appassionati di Bones si segnala un crossover, un po’ troppo abbozzato a dir la verità, nella puntata di Halloween.

Supergirl

Si aggiunge all’ormai lunga lista di supereroi televisivi anche Supergirl, cugina del più famoso supereroe kryptoniano. Il problema di fondo (che deriva dal fumetto) di Supergirl è che sembra la copia al femminile (non la reinterpretazione, proprio la copia) di Superman. A questo si somma anche un problema tipico dei telefilm sui supereroi, ovvero gli attori. Qualcuno in realtà si salva: Calista Flockhart (Cat Grant) fa il suo nonostante interpreti un personaggio fin troppo banale, mentre Melissa Benoist (Supergirl/Kara) sembra anche brava ma vive all’ombra di un personaggio (Superman) che nemmeno appare (per ora lo abbiamo visto come un’ombra sfocata). Con Supergirl la DC ha come obbiettivo quello di accaparrarsi un pubblico diametralmente opposto a Gotham, con tutti i limiti (legati all'"ingenuità") del caso e personalmente non ho nulla in contrario, però sarebbe cosa gradita se ogni tanto utilizzassero degli attori migliori ed eliminassero delle scene troppo scontate.

Arrow e The Flash

Ok, vale per entrambe quanto appena detto per Supergirl: gli attori sono (quasi tutti) cani, sono incastrati in personaggi (quasi tutti) piatti e non vengono di certo aiutati da una sceneggiatura (quasi sempre) arrangiata. A ciò aggiungiamo che in questa prima parte di stagione molto spazio è stato dato alla nuova serie - un’altra! -, Legend of Tomorrow, che comincerà a Gennaio e sarà direttamente legata a tutte e due.

Tutti difetti annullati da un inspiegabile magnetismo che le rende entrambe simpatiche (e nulla più). Il giudizio su questa prima parte di stagione rimane in sospeso perché oltre al lancio di LoT si evidenziano due (buoni) crossover (tra Constantine e Arrow e, come lo scorso anno, tra Flash e Arrow) che lasciano poco spazio alle due serie per portare avanti qualsiasi percorso. Per questo motivo è difficile dare un giudizio definitivo che, a quanto pare, potrebbe essere positivo, ma non sbilanciamoci.

Gotham

Dopo una prima stagione passata facendo un elenco dei futuri avversari di Batman e con una trama orizzontale, basata sull’omicidio degli Wayne, troppo poco sviluppata, le mie aspettative su questa stagione erano molto basse. Devo ammettere, invece, che c’è stato un netto miglioramento dovuto a vari fattori: ottima, innanzitutto, l’aggiunta del personaggio di Theo Galavan, legato alla famiglia di Bruce Wayne, che ne ha rinvigorito la trama; a cui si aggiunge il grande lavoro sul personaggio di Gordon (Ben Mckenzie), molto più riuscito rispetto alla prima stagione; e anche l’ingresso nel cast di Michael Chiklis è stata un’ottima scelta, anche se ha avuto l’effetto opposto di limitare Harvey (Donal Logue) che nella prima stagione è stato una delle poche cose salvabili insieme al Pinguino (Robin Lord Taylor) e Nygma (Cory Michael Smith), che si confermano su ottimi livelli. Una piacevole sorpresa.

Agents of Shield

Continua il processo di crescita dello spin-off del più fortunato e, soprattutto, più ricco progetto cinematografico Marvel. La trama ruota anche quest’anno intorno alle vicende degli Inumani (ci sarà un film nel 2020). Gli sceneggiatori riescono nel difficile compito di mantenere compatta una stagione caratterizzata da tre sottotrame: il misterioso inumano Lash, il nuovo gruppo governativo anti-inumani e la pista Ward.

Certo, ci sono i soliti problemi di “coerenza” che si riscontrano anche nei film marvel; Ward, ad esempio, sembra essere diventato più forte di Capitan America. Bisogna ammettere, però, che gli attori sono più dignitosi e la qualità sembra, anche se di poco, maggiore rispetto ad altre serie sui supereroi (esclusi, ovviamente, i prodotti Netflix). Unica (è veramente il caso di dirlo) nota stonata: il fastidiosissimo sottofondo musicale, dovrebbero arrestare chi lo ha scelto. Più difficile da seguire rispetto ai film, ma non meno piacevole, Agents of shield rimane un buon passatempo settimanale.

Master of None

Si entra in orbita Netflix. Con la fine di Parks and Recreation tutti i protagonisti della fortunata comedy stanno cercando di trovare una propria dimensione. Tra questi c’è anche Aziz Ansari che interpretava il ruolo di Tom Haverford. In Master of None lo troviamo in veste di produttore, regista e attore cercando di fare quanto già tentato da Louie C.K. nell’omonima serie, cioè interpretare un artista (in questo caso un attore) di New York raccontando in maniera sconnessa (anche se in Master of None viene data maggiore importanza alla trama orizzontale) delle scene di vita quotidiana in maniera tragicomica. L’impressione è che si avessero molte (buone) idee per essere sviluppate in maniera completa in soli dieci episodi. Ciò non toglie che sia un buon esordio (per conferme vedere la puntata nove, “Mattine/Mornings”, un vero gioiello) di un artista di tutto rispetto.

The Man in the High Castle

Tratta dall’omonimo romanzo di Philiph K. Dick, uscito in Italia con il titolo “La svastica sul Sole”, ambientato in un futuro distopico dove le forze naziste hanno vinto la seconda guerra mondiale e prodotto da Ridley Scott, The Man in the High Castle è, in sintesi, simile alle spy story cinematografiche anni sessanta con Giappone e Germania al posto di Stati Uniti e Unione Sovietica che ruota intorno ad una pellicola misteriosa (nel libro era un romanzo).

L’unico problema (ma importante) è lo stesso di Master of None: dieci episodi sono pochi per definite in maniera completa un soggetto di questo tipo, e il finale arrabattato (gli ultimi secondi, intendo) è eloquente in questo senso. Il numero ridotto di puntate va ad ostacolare anche lo sviluppo e l’analisi dei personaggi. Un esempio a caso: il figlio malato di Smith e le azioni dell’ufficiale tedesco potevano essere approfondite molto meglio. Ma ci sono lacune per tutti i personaggi. Insomma, è un prodotto con qualche difetto che scorre con piacere ed è consigliato assolutamente se siete amanti delle distopie.

You’re the Worst

Dopo l’ottima prima stagione c’erano molte attese da parte mia per il seguito di You’re the Worst, comedy ambientata a Los Angeles che parla della vita di Jimmy, scrittore che ha pubblicato un unico libro stroncato dalla critica, e Gretchen, addetta alle pubblica relazioni per artisti musicali. Attese in parte smentite perché si è persa quella spontaneità e freschezza che You’re the Worst aveva dimostrato lo scorso anno. Certo, gli sceneggiatori hanno obbiettivamente molto talento (vedere la nona puntata, "LCD Soundsystem", per credere) ma ho trovato la scelta di rendere “adulto” il rapporto tra Jimmy e Gretchen un po’ troppo forzata e prematura. Solo che continua a strappare più di qualche risata e questo, per quanto riguarda le comedy, non è cosa da poco.

Jessica Jones

L’idea di base, presa dal fumetto, è semplicemente geniale: Jessica Jones, smessi i panni della supereroina a causa di uno shock subito dall’uomo porpora, si dedica all’attività di investigatrice privata senza pensare troppo ad aiutare gli indifesi. Se il soggetto è interessante, stessa cosa non si può dire dello sviluppo: pare, infatti, che ci sia il problema opposto rispetto a Master of None e The Man in the High Castle, cioè il numero delle puntate sembra eccessivo; ho perso il conto quante volte Kilgrave è stato catturato e liberato (per cause varie), una scelta che ha rallentato troppo il ritmo e che alla lunga ha stancato. Da sottolineare, invece, le ottime prove dei due attori principali, in particolare David Tennant, nei panni dell’odioso uomo porpora, reso ancora più odioso dal marcato accento inglese.

Un passo indietro rispetto a Daredevil ma ne consiglio comunque la visione, con Netflix che si conferma a buoni livelli e fa ben sperare per i suoi futuri progetti sui supereroi.

The Affair

Non serve spiegare la trama, basta leggere il titolo. Dopo una prima stagione passata a raccontare (sempre, o quasi) le stesse vicende da due punti di vista differenti (non del tutto coincidenti), quest’anno, aumentate (a quattro) le prospettive, la struttura narrativa si è evoluta mantenendo sempre ottimi livelli.

Le ragioni del successo di The Affair sono semplici da rintracciare. Prima cosa ha un elevato livello qualitativo, che per Showtime non è una sorpresa. Poi c’è da considerare la scelta di dividere in due tronconi la puntata che alleggerisce la narrazione altrimenti troppo noiosa, per questo motivo trovo azzeccata la scelta di utilizzare quattro punti di vista diversi (purché non ci siano ulteriori aggiunte). Inoltre, quest’anno sembra funzionino meglio anche le vicende ambientato nel presente, molto più coinvolgenti rispetto alla prima stagione, anche se alla lunga si finisce per cadere nello stesso errore dell’anno passato: sembra che si voglia tenere lo spettatore troppo sulle spine, tramite la storia presente, dando vigore ad una storia che altrimenti non avrebbe sussulti. A parte tutto, vi dico che nove volte su dieci storie del genere dovrebbero stancarmi dopo qualche puntata, the Affair rappresenta una buonissima eccezione.

Transparent

All’inizio sembra di vedere Reality di Garrone: si parte da un matrimonio dove sembra andare tutto bene per poi mostrarci le crepe di famiglia. Non che ne avessimo il reale bisogno, visto che già nella prima stagione si era visto come i Pfefferman non fossero proprio una famiglia come tante. Rispetto allo scorso anno non c’è molto da aggiungere, solo che nell’insieme la sceneggiatura è molto più incisiva. Per il resto continua l'analisi dei protagonisti, interpretati alla perfezione dai vari attori e visti dal punto di vista sessuale come veri cliché. Transparent riesce a parlare di temi importanti senza cadere nella banalità, mantenendo un livello qualitativo molto elevato e, soprattutto, senza essere troppo moralista.

Ad oggi è la mia serie tv “one shot” preferita (anche se sul mio giudizio pesa molto la scialba terza stagione di HoC), talmente buona da farmi porre la domanda “ma ogni singola puntata non potrebbe durare di più?”. Della serie: l’unico difetto è che finisce subito.

The Leftovers

The Leftovers è tratto dall’omonimo romanzo di Tom Perrotta (che fa anche da sceneggiatore), uscito in Italia con il titolo “Svaniti nel nulla”, e racconta degli avvenimenti avvenuti in seguito alla scomparsa, senza una spiegazione apparente, del 2% della popolazione mondiale. Co-sceneggiatore della serie è anche quel diavolo di Damon Lindelof, noto ai più come “quello che ha scritto il finale di Lost”.

Dopo una prima stagione impantanata in troppi personaggi e, forse, troppo legata al libro (dico “forse” perché non l’ho ancora letto), la narrazione supera i limiti dello scorso anno e diventa molto più efficace. In realtà si parte in modo un po’ ambiguo, ma non molto se consideriamo che stiamo parlando di Lindelof: i primi dieci minuti sono ambientati nella preistoria, i protagonisti della prima stagione compaiono dopo circa tre quarti d'ora e le prime tre puntate coprono lo stesso arco di tempo. In fin dei conti ogni episodio ha la stessa struttura: si prende un personaggio, si racconta la sua storia fino a raggiunge l’apice alla fine dell’episodio e nella puntata successiva si ricomincia da capo. L’espediente funziona soprattutto grazie al livello di tensione raggiunto in ogni settimana.

A chi accusa l’autore di Lost di essere troppo prolisso dico solo che lui fa televisione per porre domande e non per dare risposte e, se i risultati sono questi, fa bene. Unico problema è il finale, troppo happy ending per i miei gusti, che però non intacca il livello elevato raggiunto quest'anno.

Fargo

Come abbiamo detto più volte, c’è un miglioramento rispetto alla prima stagione anche per Fargo, serie ormai quasi del tutto svincolata dal film dei Coen da cui è liberamente ispirata. A differenza della prima stagione, infatti, che era un sequel più o meno velato del film, quest’anno ci troviamo di fronte ad un prequel (ambientato alla fine degli anni settanta) della prima stagione (è un po’ contorta come spiegazione ma spero mi siate stati dietro).

Se Fargo (la serie) ha da spartire con Fargo (il film) solo l’ambientazione e l’epica del cittadino medio alle prese con il mondo criminale, molto, invece, ha da spartire con il resto della filmografia dei Coen, basti pensare al disco volante (tema comune negli anni settanta) che appare dopo qualche minuto del primo episodio in stile L’uomo che non c’era o alla capacità coeniana di alternare scene serie e ricche di tensione a scene leggere e ironiche. Da sottolineare anche le prove di tutti gli attori (soprattutto Dunst e Plemons) ben caratterizzati dagli sceneggiatori che riescono a gestirli tutti alla perfezione, cosa non molto semplice visto il numero molto elevato.

In fin dei conti nella seconda stagione di Fargo è come se Wes Anderson (nelle parti favolistiche) incontrasse Michael Mann (la sparatoria dell’albergo nella nona puntata sembra uscita da un suo film) e, appunto, i Coen. Un ultimo commento riguardo al film: raggiungere i livelli toccati dai Coen è estremamente difficile, Fargo ha il merito di sfiorare l’impresa. Chapeau!