Ep. 00 - Pietro Begins
Pietro è un ventiseienne che, come tanti, non è riuscito a trovare lavoro nonostante il suo brillante percorso accademico. A differenza di tanti altri però, Pietro è molto, forse troppo determinato, ed un giorno, parlando con i suoi due amici più fidati, arriva a pensare che un conflitto armato…
È piuttosto diffusa l’idea che da qualche parte nell’universo, ci sia uno spettatore della nostra esistenza che ci conosce fin dal giorno in cui nasciamo, un personaggio che ha il raro pregio di possedere più di un solo nome. Tra i suoi appellativi più celebri vi è senza dubbio Dio, Maometto, consiglio Auditel per i dati d’ascolto e pochi altri. Ebbene qui, in questo piccolo mondo a sé stante che è la vita di Pietro, supporremo che esista davvero un personaggio del genere, e per non far torto a nessuno lo chiameremo Bob.
Dunque avviene spesso che Bob, attenda con ansia l’appuntamento serale della più epica e longeva serie tv mai esistita: “Persone che fanno cose nel tempo e nello spazio, spesso con connessioni causali, ma altre volte invece no” un titolo un po’ scarso, lo ammetto, ma almeno è sincero, non come quelli ingannevoli e fuori contesto che ci sono qui da noi (ad esempio avevo un cugino a New York, che era un appassionato di medical drama, iniziò a guardare questa serie famosissima, e dopo trentacinque stagioni, un film e vari episodi extra, fece un unico commento prima di buttare il televisore giù dalla finestra: “Doctor… Who? WHO THE FUCK IS THIS FUCKING DOCTOR?”).
Perciò bisogna immaginare Bob mentre si prepara il pop corn e si stende sul divano per godersi lo spettacolo delle nostre singole vite, guardando con un occhio al televisore e con l’altro al pc, per leggere i commenti e le opinioni del pubblico sul forum ufficiale della serie (in realtà non c’è nessun pubblico al di fuori di Bob, unico spettatore da sempre e per sempre, ma questo non gli vieta di creare personaggi di fantasia e mettere in piedi un forum fittizio. Non giudicatelo, perché alla fine sta sempre da solo, poveraccio). Un’attività piacevole e rilassante, che aveva amato fin dal primo istante, e che non l’aveva mai fatto pentire di aver scelto quell’impiego. Mai, fino al giorno della nascita di Pietro.
Già, perché con la vita di Pietro, Bob iniziò a grattarsi i coglioni fin dalla prima scena, un fatto strano visto che, di solito, ogni nuova vita inizia con una sequenza che ha tutti gli ingredienti per un ottimo appeal sul pubblico maschile: una vagina, sangue e scene di violenza gratuita, roba da tirarci su un film di Michael Bay. Ma quella volta non andò così, perché quella di Pietro era stata una nascita monotona e piatta, senza neppure una granata esplosiva. E quella nascita era stata il presagio di una vita piatta e monotona, senza neppure una macchina esplosiva. E quella vita andava divisa in anni, mesi, settimane e giorni, anch’essi monotoni e piatti, senza neppure un’esplosione esplosiva. Almeno all’inizio gli aspetti piatti della sua esistenza si erano alternati a quelli monotoni in una sequenza imprevedibile, che riusciva ancora a riservare qualche sorpresa. Ad esempio dopo una scena monotona, Bob poteva aspettarsi di tutto, magari ce n’era una piatta, o magari un’altra monotona, il brivido adrenalinico di un futuro imprevedibile. Ma col tempo anche quest’ultima caratteristica andò perduta, ed il piattume e la monotonia presero a ripetersi seguendo uno schema sempre identico a sé stesso, uno schema che presto divenne monotono e piatto come tutto il resto.
La nascita di Pietro
Ma allora, viste le premesse iniziali, cos’è che ci spinge a raccontare la storia di Pietro? Nulla, assolutamente nulla fino ai suoi ventisei anni, fino a quel fatidico pomeriggio in cui diresse il suo fatidico soffio su quelle ventisei fatidiche candeline, e nell’illuminazione di un attimo, decise che da quel giorno sarebbe cambiato tutto. Pensò che era ora di darci un taglio, avrebbe finalmente fatto il grande passo che tutti si aspettavano, ed al quale lui, in tutta sincerità, non aveva mai pensato concretamente. E anzi, l’aveva sempre considerata un’assurda abitudine da vecchi borghesotti, come rifare il letto, o peggio ancora, andare alle poste. Per la prima volta in ventisei anni, Pietro pensò che doveva trovarsi un lavoro. Erano secoli ormai che suo padre gli diceva di darsi una mossa, era persino arrivato a minacciarlo di non pagare più l’affitto del suo appartamento, ma fino a quel giorno Pietro non ci aveva mai badato. Non so bene perché raggiunse quest’epifania proprio in quel pomeriggio, e naturalmente lui stesso ne capì meno di tutti. Fu come quando a dodici anni, comprese a pieno l’utilità dell’appendice che gli penzolava tra le gambe, una scoperta involontaria e assolutamente inspiegabile. “Com’è possibile che me ne sia accorto soltanto ora?” si chiese in entrambe occasioni, con l’unica differenza che a dodici anni gli si aprirono le porte del paradiso, mentre a ventisei, quelle dell’inferno.
Prima di iniziare a fare i conti con questa sua nuova e terribile consapevolezza, il nostro giovane protagonista dovette affrontare la dolorosa tortura di una festicciola con il parentado stretto. Pietro detestava l’idea di doversi sottoporre a quella cerimonia, il più becero simbolo di tutta una serie di convenzioni sociali da famigliola felice che sua madre lo costringeva a rispettare. Tuttavia, alla fine del pranzo, il ragazzo non si negò il piacere di sentire le tasche gonfiarsi a suon di bustarelle di nonni e zii, un piacere che a stento lo ricompensava del tempo perduto tra baci, abbracci e ringraziamenti formali. Per non parlare poi dello zio Michele, che trasformava sempre le feste di famiglia in occasioni per mettere in imbarazzo il festeggiato di turno. Non aveva un grande senso dell’umorismo zio Michele, con quell’accento da provincialotto e le sue battute volgari da cinepanettone. Pietro invece non si concedeva a certe scurrilità, preferiva deliziare il parentado con freddure brillanti, che poteva apprezzare a pieno solo chi aveva studiato l’influenza della corrente gingoista britannica nel conflitto russo-turco del ‘77.
Il compleanno di Pietro
Subito dopo la festa, decise di incontrare i suoi due fidatissimi amici storici e renderli partecipi di questa bizzarra idea che lo aveva folgorato. Si diedero appuntamento al solito bar, alle cinque del pomeriggio, il tipico orario di chi ha una vita piena di impegni. Certo, ritrovarsi in quel posto significava rispettare una serie di convenzioni sociali di tipo relazionale, che imponeva loro di frequentare luoghi pubblici, spendere denaro, e celebrare l’ufficialità di un incontro con una bibita calda. Ma Pietro accettò di buon grado il compromesso, visto che l’alternativa era andare al supermercato a comprarsi da solo le cialde per la moka. Già, perché l’ultima volta che gli aveva portato la spesa, sua madre se l’era scordate e quando Pietro aveva accennato a questa sua dimenticanza, lei era arrivata addirittura a dirgli “Beh, magari la prossima volta la spesa puoi fartela tu…”.
La spesa… come no, e magari avrebbe anche iniziato a lavarsi le mutande da solo. Era davvero tanto difficile capire che quello era un compito da manovalanza? Pietro cercò di spiegarle che lui aveva cose ben più importanti da fare che provvedere ai suoi bisogni primari, ma sua madre parve non apprezzare quel discorso, soprattutto la parte in cui veniva etichettata come “manovalanza”. Che atteggiamento assurdo, non aveva messo in conto che quella donna potesse essere così infantile da rifiutare una verità che era scomoda, certo, ma anche ineluttabile. Da quel giorno era iniziata una guerra fredda tra i due, la madre aveva smesso di portargli la spesa, e Pietro aveva iniziato a vivere con quel poco che gli era rimasto in casa: cracker e pane secco, una dieta completa ed equilibrata, se solo il protagonista della nostra storia fosse un piccione.
«Per me un caffè, anche per voi? Perfetto, allora tre caffè… è assurdo che ci facciano pagare un euro e cinquanta per un caffè! Che li troviamo per strada i soldi?» Fu la solita frase di rito che ripetevano a turno ogni volta che si incontravano in quel posto. Il fatto davvero insolito è che quell’interrogativo, che poneva il problema della provenienza del denaro tintinnante nelle loro tasche, non era affatto una domanda retorica. Posso infatti assicurare con assoluta certezza che tutti e tre avevano soltanto una vaga e remota idea di come fossero entrati in possesso di quelle monete. Erano nelle loro tasche, e questo gli pareva sufficiente per sostenere di essersele guadagnate. Ma in verità, nessuno di loro ricordava davvero in che modo rocambolesco ed illegittimo, quei dischi di metallo fossero arrivati nei meandri oscuri dei loro jeans.
L’euro e cinquanta di Pietro era nella tasca sbagliata, apparteneva ad un ragazzo che non aveva mai incontrato personalmente, e che tutti noi speriamo possa avere una vita piena di gioie e soddisfazioni. Quello che sappiamo per certo però, è che questo ignoto benefattore aveva avuto la sfortuna di perdere ben centocinquanta centesimi, mentre freneticamente racimolava dal porta spicci i soldi per un biglietto del treno. I due euro di Giovanni erano anch’essi nella tasca sbagliata, li aveva sottratti dal comodino del padre, che da anni fingeva di non accorgersi di quei piccoli furti, e così evitava di palesare in maniera inequivocabile il fallimento ambulante che era suo figlio. Infine i ben cinque euro cash di Paolo, erano proprio nella tasca giusta. Le sue gambe però erano nei pantaloni sbagliati, i jeans preferiti di suo fratello maggiore a voler essere precisi.
Gli amici di Pietro
Dunque i tre moschettieri iniziarono una lunghissima conversazione, Pietro sapeva che non sarebbe stato facile, ma non se lo immaginava neanche così difficile. Dopo un complicatissimo preambolo iniziale, decise di sganciare la bomba, e venne subito sommerso da una serie di domande che Giovanni e Paolo gli posero alternativamente. Ora, per non farla troppo lunga, non riporterò la conversazione per intero, limitandomi a citare solo gli stralci più rappresentativi e pregnanti:
«Ma perché? Aspetta aspetta, non dirmelo, fammi indovinare.»
«Scusa… che cosa sarebbe questo “unlavoro”?»
«Vuoi rievocare il meraviglioso spirito dello yuppismo anni ’80, Patrick Bateman a tutta forza?»
«Spiegati meglio, loro ti chiedono di fare delle cose… fino a qui ci sono…»
«Vuoi fare un esperimento sociologico, “Cosa si prova a vivere come un poveraccio”?»
«… ma quello che non riesco a capire è… perché tu dovresti farle?»
«Metodo Stanislavskij, sei mesi di lavoro, e poi tac, “Il giovane occupato” best seller italiano?»
«Ah… perché loro in cambio ti pagano… credo di aver capito…»
«Vuoi arricchire il tuo bagaglio di esperienze, una roba alla Into the wild, ma al contrario?»
«… quindi è come se fossi una puttana?»
In questa prima parte della conversazione, Giovanni capì che il suo amico voleva iniziare a lavorare perché era stanco di dipendere dai genitori, e Paolo approcciò per la prima volta a questa cosa che i grandi chiamano “unlavoro”.
«Ma non ti pare un po’ offensiva come condizione? Tu ce l’hai già un lavoro, sei uno studioso.»
«Scusami ma… che cosa vuol dire che potresti non avere più soldi?»
«Questa idea di offrire prestazioni a pagamento non mi convince. Mi fa sentire sporco.»
«Ma… perché tuo padre non dovrebbe più finanziarti?»
«Fa tanto seconda rivoluzione industriale non trovi?»
«È morto?»
In questa seconda parte della conversazione invece, Giovanni comprese le motivazioni ragionevoli del suo amico, e Paolo proseguì nel suo tardivo approccio con questo concetto così ostico.
Dunque, eliminato il gap con gli altri due, Pietro riuscì anche a convincerli della necessità effettiva di un impiego, e si aprì così la parte più difficile del discorso. Capire in che modo tre tipi come loro avrebbero potuto rendersi utili per la società, e per di più trovando qualcuno che fosse disposto a pagarli. Ci ragionarono a lungo e nessuno riuscì a proporre una soluzione convincente, finché Pietro non approdò all’ultima e più geniale considerazione di tutto il pomeriggio, un’idea che era l’emblema stesso non solo di quell’incontro, ma di tutto il mondo che quei tre dementi si erano costruiti nelle loro teste.
«Sapete cosa ci servirebbe? Una bella guerra. Sì esatto, una guerra. Ci sarebbe materiale su cui scrivere per anni, fioccherebbero libri di narrativa e saggistica come nel secondo dopoguerra italiano. Pensate, durante il conflitto vivremmo barricati nelle nostre case, giusto? E nel frattempo potremmo dedicarci ai nostri scritti e una volta finita la guerra si venderebbero come…» Pietro era un vero mago delle metafore «come… come succo di rapa ai contadini affamati di un kolchoz russo degni anni ’30.» un genio, appunto.
«Perché mi guardate così? Pensate solo per un attimo a Primo Levi, uno che ha costruito tutta la sua fortuna letteraria sulla guerra. Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti fortunati come lui e vivere l’esperienza dei campi di concentramento in prima persona. A me andrebbe bene anche solo un piccolo conflitto armato, non chiedo per forza un regime totalitario o la detenzione, soltanto una guerra. Pensateci ragazzi, non sarebbe un bene solo per noi, ma per il mondo intero. Per qualche anno andrebbe tutto più piano, si potrebbe rallentare questo ritmo frenetico e finalmente avremmo il tempo per dedicarci alle cose che hanno reso grande il genere umano. La letteratura, la storia, la filosofia, e tutta questa roba che ormai nessuno considera più importante.» E proseguì ancora a lungo in quest’accorata peroratio, cercando di mostrare i lati positivi di un conflitto che desse modo all’uomo di rinsavire, e a loro tre di tirare a campare.
Una volta tornato a casa continuò a pensare alla spinosa questione sorta durante quel pomeriggio, sapeva che era un’idea folle e rimase tutta la notte sveglio a ponderarne la legittimità, tormentato da mille sensi di colpa. Si trattava di scendere a compromessi con la propria integrità, di trascendere ogni concetto di bene e male universalmente riconosciuto, non era sicuro di reggere il peso di quella decisione. Furono le ore più difficili di tutta la sua vita, ma alle otto del mattino circa, aveva finalmente risolto il puzzle, aveva trovato una giustificazione per ogni cosa ed era infine giunto ad una drastica conclusione. Toccava a lui. Sarebbe andato al supermercato e avrebbe fatto la spesa tutto da solo, ne valeva la pena per quelle deliziose cialde al caramello, ne valeva la pena fino all’ultimo sorso.
Per quanto riguarda la questione della guerra, ci mise circa mezz’ora per decidere come procedere. Prese appuntamento con gli altri due caballeros per le dieci e mezzo del mattino, un altro tipico orario di chi ha una vita piena di impegni. Un’ultima riunione con i due amici, e poi avrebbero iniziato.
Illustrazioni di Antonio Pistola
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