La Guerra di Pietro

Ep. 01 - Papa incacchiato

Il Papa è molto in collera perché il carico mensile della sua birra preferita ha saltato una consegna. Inoltre quello stesso giorno è costretto a tenere un discorso sull'apertura della chiesa ai matrimoni omosessuali, ma altre due terribili notizie lo attendono: l'ennesima esplosione di un robot…

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«Signore… devo darle una cattiva notizia…».

Ancora una volta mi si presenta la controversa questione dei nomi. Con Kadso e Armayonikavst mi è andata bene, ma non posso continuare a storpiare grandi classici della letteratura per piegarli al meraviglioso mondo delle “battute-dimmerda-chemmanco-EnzoSalvi-limortaaaaaaccitua”. Dunque da ora in poi adotterò un’altra tattica: chiamerò i personaggi secondari con i nomi dei grandi volti trash della televisione italiana, e questo per tre motivi. Prima di tutto, sono certo che con questo nuovo metodo il nome di turno vi resterà subito impresso e seguirete più facilmente il già labile e quasi invisibile filo conduttore di questa storia. Poi ovviamente non dovrò sforzarmi per battezzare tutti i personaggi, ma mi basterà accendere la televisione a caso su un qualunque canale nazionale per prendere la giusta ispirazione. E infine, ogni volta che leggerete un nuovo nome, ci sarà almeno uno di voi che penserà “Hahahaha, che grande! Ha citato proprio quel personaggio trash che mi piace un sacco, adesso gli metto un like, condivido l’articolo e taggo il mio amico Giangiovanni Gennaro: @Giangiovanni guarda chi nomina al rigo 16, che graaaaaaaande!!!!” così diventerò finalmente ricco e potrò smetterla di scrivere puttanate.

Tutto questo per dire che Enzo Miccio, il giovane Segretario di Stato del Vaticano, sezione Malto, Orzo e Luppolo Santo, avrebbe preferito farsi circoncidere piuttosto che dargli una notizia del genere, ma aveva pescato l’ostia più piccola e quello era un vincolo sacro, non poteva tirarsi indietro.

«Uff, kome zolito… facciamo kosa, tu porta birra, und io promett ke io non inkazz come bestia.»

«Sì signore, l’avevo già portata… ecco a lei.» E gli porse il sacro boccale sacro sacrissimo fatto dal sacro maniscalco sacro sacrissimo apposta per l’eccellente Pontifex Maximus. In realtà quel bicchiere non aveva niente di sacro in senso stretto, e quel maniscalco era un ragazzino di appena dodici anni che lavorava in una fabbrica Kazaka leader nel settore “Paccottiglia di serie Z che può piacere solo ad una generazione di ritardati figli del graduale processo di decadenza dell’Occidente”. Dunque vi chiederete da dove venisse tutta quest’aura sacrale che rivestiva l’oggetto come un mistico manto gesùcristico, ebbene…

«Ho-ho fantaztiko, finalmente tu impara! Tu ha kattiva notizia? Birra! Tu ha buona notizia? Birra! Tu ha kvalunkve notizia? Birra. Kvesto è zegreto di relicione, non è un fatto divino… è un fatto dibirra! Hahahahahahahaha.» Fece un’abbondante sorsata di quel divino nettare giallo mentre si sbellicava dalle risate per il suo irresistibile gioco di parole, e radicava in maniera definitiva ed irrimediabile lo stereotipo del tedesco ubriacone che non ha idea di cosa sia il senso dell’umorismo. Per un attimo il suo volto si distese in un’espressione di pace assoluta, in quell’istante sembrò aver ritrovato tutta la sua serenità e Miccio si sentì incredibilmente rincuorato, ma tutto d’un tratto qualcosa cambiò. Le rughe sul suo viso si inasprirono sempre di più, ognuna di quelle piccole zampette di gallina, ognuna di quelle rubiconde pieghe sul mento sembrava uno squarcio feroce sul candore immacolato del suo volto, una fessura nascosta che usciva allo scoperto solo quando la sua rabbia raggiungeva il livello Hitler. Quell’espressione racchiudeva due anni di frustrazione, due anni di finzione e di bile crescente, era come se un gruppo di rabbini avesse pagato una squadra di mormoni perché gli costruissero una moschea sotto il culo.

«Puh! Maletetti manciapasta mantolini e baffi, zempre con Peroni zero trentatré, und voi kiamate birra kvesta? Tove mia Kulmbacher reichelbräu eisbock articianale?»

«Signore, questo mese il carico non è arrivato in tempo, la ditta di trasporto ha avuto dei problemi e...»

«Aaaaaah ma come pozzibile? Problemi, problemi, zempre problemi! Perzino Cesù aveva meno problemi… “Ztanno arrifando tutti gli apostoli per prantso, und abbiamo zolo una pottiglia di vino und una zogliola al limone… Cesù, moltiplikali tu!”… facile kosì! Anke io facefo confertire tutta Arabia Zaudita se zapefo fare le macie, maletetto figlio di papà con megapoteri e attominali zcolpiti…» Inutile dire che c’erano davvero molte imprecisioni nel discorso dell’eccellentissimo, alcune delle quali erano ben oltre il limite del blasfemo, ma lì alla Santa Sede funzionava un po’ come nella comunità afro. Come tutti sanno, soltanto loro possono usare la “n word” senza rischiare un processo per direttissima alla corte internazionale delle lettere razziste, dunque secondo una logica molto simile, solo i più alti vertici dello Stato Pontificio potevano menare una sacrosanta bestemmia, una volta ogni tanto, senza temere le fiamme ardenti dell’inferno.

«Ha ragione signore, mi scusi, sono mortificato.»

«No… tu scuza me, è ke occi è proprio brutto ciorno… tevo intossare maletetta maskera da pantzone bontempone, und fare tiscorzo su apertura di chiesa a matrimoni omozessuali! Omozessuali kapisci? E kosì tra kvalke anno ognuno zarà libero ti zposare chi fuole, io potrò zpozare mia pantofola und tu può copulare con tua lafastofiglie, se tu fuole…»

Spieghiamo la storia del Papa

Bene, immagino che tutto questo abbia davvero poco senso per chi di voi non abiti nella mia testa, dunque ci sono un paio di cose che vanno chiarite prima di andare avanti, e lo farò con il più classico degli spiegoni, quel magico momento narrativo in cui divento troppo pigro per escogitare un artificio letterario ad hoc.

Era il lontano 2013, e la Chiesa cattolica aveva ormai perso qualunque forma di appeal sul proprio pubblico, che iniziava a prediligere altri culti, come il pastafarianesimo o l’invisibile unicorno rosa. Avevano toppato in ogni campo, a partire dal nome del loro leader, che ricordava il ringhio rabbioso di un vecchio cane razzista, fino alla stessa fisionomia dell’Illustrissimo, che sembrava un generale in congedo appena uscito dal reparto più incazzato di tutta la Wehrmacht. Gli indici di gradimento non erano così bassi dai tempi dello schiaffo di Anagni, bisognava fare qualcosa al più presto, bisognava dare una scossa alla situazione. Le dimissioni furono inevitabili, ma non fu quella la parte più dura: Joseph fu sottoposto ad un lungo ed estenuante processo di restyling sotto la guida dei maggiori e più influenti personaggi mondani del momento, ed indovinate un po’, questo superteam di poveracci era guidato proprio da Enzo Miccio. Ma quello vero eh, il pelato omosessuale offensivamente stereotipato che compare in televisione ogni volta che c’è da ricoprire un ruolo da pelato omosessuale offensivamente stereotipato. Dopo un mese di lavoro non stop, avevano finalmente trovato il mix perfetto: l’accento esotico di Banderas (nella versione pre-fallimento da Mulino Bianco) per conquistare le donne, La pancia di Babbo Natale per accaparrarsi il gradimento dei bambini, ed infine, il nome del Capitano per arrivare al cuore degli uomini. Joseph aveva dovuto prendere peso, aveva frequentato una scuola di dizione latino-americana e da due anni a quella parte, durante le occasioni pubbliche indossava una maschera (la sovracitata maschera da panzone bontempone) costruita appositamente per dargli un aspetto più amichevole. Verrebbe ora da chiedersi come mai abbia ceduto a questa serie infinita di compromessi e non si sia semplicemente fatto da parte lasciando il posto a qualcuno che fosse più adeguato per quel ruolo. In effetti molti furono i pensieri che affollarono la testa di Joseph nelle fatidiche ultime ora prima delle sue dimissioni, pensieri articolati e profondi che spaziavano dal campo più strettamente dogmatico a quello etico, morale, ontologico. Insomma, un processo cognitivo lungo e complesso, che per esigenze narrative riassumerò in questa frase rappresentativa e pregnante calata nel dialetto classico della sua città di residenza: “So’ stato sessant’anni senza na breccola de fregna, mo te pare che me dimetto? Ma vaaaattelappijà va’.”

Dunque una volta spiegata per sommi capi la situazione generale, torniamo alle tristi vicende del papa mascherato, ma soprattutto alla sventurata sorte di Enzo Miccio, quello fittizio che ho chiamato così per non confondere le idee a tutti, ma poi ho inserito il vero Enzo Miccio nella storia e ho finito col confondere le idee a tutti.

Miccio prese un respiro profondo, le ginocchia gli tremavano così tanto che avrebbe fatto invidia a Charlie Charlington, il celeberrimo inventore del Charleston.

«Capisco perfettamente signore… ad ogni modo…»

«Und non è finita: mentre parlo tefo portare in praccio un cattino, perké ticono ke non zono ankora appastanza cuccioloso… atesso timmi tofe è zcritto in bibbia ke papa tefe essere cuccioloso? TOFE?»

«Certo, ha ragione signore… lo so che forse non è il momento giusto però vede, la brutta notizia che dovevo darle…»

Ma proprio quando stava finalmente per liberarsi di quell’enorme peso, proprio all’apice di quella tormentata angoscia che lo aveva attanagliato per tutta la mattinata, proprio nel momento esatto in cui l’impulso del suo cervello comandava a lingua, mandibola e mascella di muoversi in un determinato modo per articolare un determinato suono che producesse un determinato significante portatore di un determinato significato, proprio in quell’attimo in cui ho perso ogni effetto enfatico per colpa di un periodo troppo lungo che spezza completamente il ritmo della narrazione e non contribuisce neanche più di tanto al potenziale comico della storia e inizio a chiedermi perché l’ho fatto, proprio nel momento in cui rinuncio a ristrutturare l’intero periodo perché tanto questa è una storia a basse pretese e quindi nessuno mi romperà le palle per un paio di sviste, proprio in quel momento… Miccio fu nuovamente interrotto. Stavolta lo bloccò l’urlo disperato del Sottosegretario alla sezione Propaganda Cattolica e Guerra Santa, personaggio poco rilevante che non descriverò ulteriormente perché aveva proprio la tipica faccia da Sottosegretario alla sezione Propaganda Cattolica e Guerra Santa.

«SIGNORE! SIGNOR RATZINGER!» Il Sottosegretario irruppe come una furia nella stanza, saltò tutte le procedure di presentazione che l’occasione avrebbe richiesto e si precipitò al cospetto dell’eccellentissimo, il volto paonazzo e la solita espressione da cacacazzo. «Signore, per fortuna è qui… finalmente l’ho trovata! Abbiamo un codice B16, dobbiamo intervenire al più presto.»

«Uff, lo zai ke non ricordo tutte kveste zigle… was ist das codice B16?»

«Signore, è il codice “BOOM, sedici una parola siamo fottuti”. Una coppia di periferia con nomi impronunciabili dice che un testimone di Geova è appena esploso fuori la porta di casa loro!»

«Ankora con kveste ezplosioni? Mi afefate azzicurato ke problema era rizolto!»

«Era quello che credevamo signore, ma questo robot deve essere sfuggito alla revisione…»

«È cià terza folta in kvesto mese ke uno di nostri robot esplode, kvale è il maletetto problema con kvesti maletetti robot?»

«Signore, lo sa, il programma è ancora in fase sperimentale, sostituire i Testirobot di Geova che usavamo prima con questi nuovi modelli è stato un lavoraccio… stiamo cercando di risolvere tutti i problemi il più in fretta possibile ma…»

«Ma non appastanza in fretta! Tai zubito inizio a procetura ztantart per cancellazione ti memoria… poi ortina la zozpenzione ti programma… maletetto programma, ha portato zolo guai!»

«Ma signore, da quando abbiamo questi nuovi robot il nostro indice di gradimento è salito alle stelle! Riescono a bussare a più di cento porte al giorno e stiamo già lavorando per renderli ancora più fastidiosi ed inopportuni. Nell’ultimo anno abbiamo perso solo tre fedeli, ed è tutto merito dei Testirobot… se non ci fossero loro a mettere in cattiva luce il geovismo chissà quanti cattolici si sarebbero convertiti!»

«Ja, ja, ma koztano arche di zoldi, ezplotono zempre und kvali zono fantaggi rizpetto a fecchi robot?»

«Signore abbiamo già affrontato questo discorso…»

«Und Cesù è cià rizorto, ma tu comunkve festeggia Paskva ogni anno, tu non crede?»

«Lo sa… questi nuovi Testiobot sono addestrati per il combattimento, ci servono per la nostra difesa personale… sono l’unica risorsa che abbiamo in caso qualcuno ci attaccasse…»

«Kvalcuno? Kvalcuni ki? Ziamo in fentunesimo zecolo, goferniamo uno Ztato più pikkolo ti campo ta calcio, nostro potere temporale è zolo lontano ricordo di fekki tempi cloriosi, kvindi kiedo ki, ki mai potrebbe attaccare?»

Miccio colse l’occasione al volo, era l’unico momento giusto per dirlo, l’ultima possibilità di uscire pulito da tutta quella storia. Si insinuò nella conversazione come le prospere zinne di Monica Levinsky si erano insinuate nella felice vita coniugale dei Clinton e finalmente lo disse: «Marino signore… il sindaco Marino ci potrebbe attaccare.»

Intanto Pietro...

«No, no, no! Non si tratta solo del mio guadagno personale, sarei un pazzo ad agire in maniera tanto sconsiderata mettendo a rischio le vite di migliaia di persone… no! Si tratta del futuro dell’intera umanità. Lo so, molti adesso non riuscirebbero a comprendere la portata rivoluzionaria del mio disegno illuminato, ma vedrai, oh sì che lo vedrai… un giorno i libri di storia parleranno di me come di un eroe. Più epopeico di Gilgamesh, più pius di Enea, più astuto di Ulisse, più…» e continuò ancora a lungo elencando tutti i maggiori eroi di ogni tempo, fino ad approdare all’universo fumettistico, una serie di tipi in calzamaglia che si prendono a pugni, ma che lui volle definire come “l’ultimo cantuccio epico-didascalico sopravvissuto al postmodernismo novecentesco”.

«E farò tutto questo con una sola semplicissima frase, una frase di una banalità tanto schiacciante da mettere in crisi l’intera idea di equilibrio su cui oggi si basano i rapporti di forza tra nazioni, una frase che…»

«Sì, ma io t’avevo solo chiesto se ti serviva ‘n pochetto di fumo, mica la storia della tua vita…» Gli rispose il poco raccomandabile e presumibilmente impasticcato tizio sulla trentina che lo aveva accompagnato in quella pittoresca corsa in metro. Ma non c’era più tempo per rispondere, perché Pietro era arrivato a destinazione, quella era la sua fermata. Si alzò, uscì dal vagone e si girò, guardandolo dritto negli occhi e puntandogli contro l’indice, come il più severo Fra Cristoforo di manzoniana memoria.

«Una frase che cambierà per sempre il corso della storia come la conosciamo oggi, e questa frase è…»

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