8 giorni da Oscar: Whiplash
"8 Giorni da Oscar" è la nostra rubrica straordinaria sugli 8 film candidati agli Oscar 2015 per la categoria Miglior film.
Ogni giorno, dal 14 al 21 Febbraio, verrà pubblicato un articolo su ogni film in gara. Tutti gli articoli sono stati redatti da firme differenti (alcune anche estranee al Cast). Il 22 Febbraio, infine, ci sarà una bella sorpresa per voi!
Il quarto film tra gli 8 candidati che vi proponiamo è Whiplash.
SPOILER ALERT: Sono presenti spoiler riguardo il film, se non lo avete ancora visto e avete intenzione di farlo vi consigliamo di non proseguire oltre nella lettura
Whiplash
Whiplash. Frustata. Un suono che già rimbomba nel titolo. E una sola domanda: fino a che punto si può spingere qualcuno a superare i propri limiti?
Terence Fletcher (J.K. Simmons), insegnante e direttore d'orchestra, ha le idee ben chiare: non esistono due parole più pericolose di "buon lavoro", per chi ha fatto un buon lavoro. Spingono ad accontentarsi, a rimanere nella mediocrità. E il giovane Andrew Neiman (Miles Teller) non vuole essere un batterista qualunque, uno dei tanti: lui vuole essere il migliore. Il suono della batteria ci accompagna per tutto il film scandendone il ritmo veloce, stridulo nella fatica del protagonista. Il sangue sullo strumento musicale che costantemente diventa espressione fisica, tangibile, di un obiettivo più importante della vita stessa, o senza il quale quella vita non avrebbe alcun senso.
E sta qui il problema: nel decidere quanto sia lodabile uno sforzo che spinge a dimenticare tutto il resto. Perché Andrew non è solo un ragazzo all'inseguimento del suo sogno. È uno che vuole dimostrare innanzitutto a se stesso il proprio valore, ma come se il suo valore stesse solo racchiuso nelle sue ambizioni: per diventare leggenda vive in solitudine e rinuncia all’amore, scoprendo in modo tanto secco quanto realistico che non si torna indietro. Si può solo imparare (e non per forza pentirsi).
Lotta e sacrificio
I colori sono saturi, forti, come l'ambizione e il sacrificio estremo per soddisfarla. La regia è sapiente e ci trasporta dentro ogni singola scena con energia, la stessa energia con cui quel ragazzo, il tipo da "una lacrima sola", si trasforma in colui che batte contro quella batteria inarrestabile. Che quasi temi stia facendo troppo, come se da un momento all'altro potesse stare male, potesse succedergli qualsiasi cosa. E invece no. Tuttavia, è lui a stare in bilico sulla batteria, su ciò che rappresenta. Non è lui a possederla, ma lei a possedere lui, come mostra genialmente la locandina del film: un piccolo Andrew sul bordo di una bacchetta. E ti chiedi se cadrà o se riuscirà a rimanere in piedi.
Le prevaricazioni di Fletcher sono chiare persino nei suoi (rari) momenti di calma, quando non urla, non lancia oggetti contro i suoi musicisti o non li ferisce psicologicamente: in un momento parla con Andrew, che sta vicino a una parete, e poggia la sua mano contro il muro, accanto alla sua faccia. Invade il suo spazio con prepotenza sottile e il suo carattere è già tutto lì, rivelato da Simmons e da una semplice inquadratura. Tante perle come questa dimostrano l’eccezionalità di un regista appena trentenne (Damien Chazelle) e, soprattutto, solo al suo secondo lungometraggio.
Miles Teller tira fuori un'energia pazzesca: quando suona la batteria sentiamo la sua fatica sulla pelle. J.K. Simmons, già vincitore del Golden Globe per questo ruolo, porta in vita un uomo che nelle sue esagerazioni è convinto di essere nel giusto, e lo fa con invidiabile naturalezza. Perché se il nuovo re del Jazz incrociasse il suo cammino, lui dovrebbe aiutarlo a diventare ciò che è destinato a essere.
Piccola pecca (forse nemmeno tanto piccola): il finale, per quanto suggestivo, lascia troppo nelle mani del pubblico il compito di scoprire quale sia l'idea dell'autore sul tema del film. E se la totale mancanza di gioia o di una qualsiasi leggerezza fa avere a noi la sensazione che no, non valga la pena sacrificarsi in modo tanto estremo per il successo, allo stesso tempo essa rischia di essere percepita semplicemente come un’ingiustificata assenza di sfumature, nel momento in cui non trova una corrispondenza precisa di significato alla fine dei giochi.
Ritmo, emozioni forti, interpretazioni degli attori e ottima regia fanno perdonare le piccole mancanze della sceneggiatura, da vedere.
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