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Ad-blocker: sì o no?

iOS 9 ha sollevato la questione pubblicità. Gli ad-blocker esistono da una vita (per desktop), ma ora per la prima volta possono essere installati sugli iPhone, iPad e iPod con iOS 9 e processori a 64bit. Poiché più dell'80% del traffico web è generato da mobile, tutti i produttori di contenuti (magazine in testa) si sono posti in questi giorni la questione morale del blocco delle pubblicità: la loro totale abolizione su tutti i dispositivi iOS potrebbe comportare una traumatica flessione dei loro ricavi, causando probabilmente la morte di molti magazine online.

In questo articolo vi esporrò la mia personale opinione in merito, e sarò felicissimo di potermi confrontare con voi nei commenti a fine articolo.

Tasc vive (anche) grazie alla pubblicità

Il nostro magazine è un po' atipico, perché tutto il lavoro di produzione, revisione e pubblicazione dei contenuti è svolto gratuitamente e volontariamente dal Cast. Ciononostante, dobbiamo sostenere i costi di hosting, e perciò dobbiamo in qualche modo ricavare i soldi necessari alla sopravvivenza del magazine. Ricaviamo questo denaro in due modi: pubblicità e affiliazioni. La pubblicità probabilmente non la notate neanche: consiste in un unico, piccolo banner, presente in ogni articolo alla voce "sponsored by"; i servizi di affiliazione, invece, ci riconoscono una piccola percentuale se, ad esempio, comprate un film su Amazon passando dalla rubrica "cosa guardo stasera".

L'alternativa a questi metodi consisterebbe nel far pagare una quota ai lettori: basterebbe un centesimo a lettore per pagare i costi del server, e forse avanzeremmo anche qualcosa. Ma chi darebbe i dati della propria carta di credito per pagare un centesimo? E poi, dopo anni passati ad avere a disposizione gratuitamente la maggior parte dei contenuti disponibili sul web, chi sarebbe disposto a pagare?

Come premiare i meritevoli

Una possibilità per sostenere i magazine che si ritengono meritevoli consiste nell'inserire questi siti nella whitelist. Le whitelist consentono di non bloccare le pubblicità sui siti che si sceglie di non bloccare, ma per farlo avete innanzitutto bisogno di un ad-blocker che permetta di farlo. Io personalmente uso Blockr su iPhone, un'app davvero ben fatta per il blocco di svariati contenuti sul web: pubblicità, cookie, violazioni della privacy, contenuti multimediali scaricati senza esplicita richiesta, contenuti pornografici o per adulti, ecc. Costa 99cent, e secondo me li vale tutti.

Tuttavia non vi basterà aggiungere Tasc alla whitelist per vedere le pubblicità sul sito, perché c'è un problema di privacy a monte che deve essere affrontato; per vederle dovrete abilitare la "General Privacy Blocker Exception", ma prima di farlo parliamone.

Perché violate la mia privacy?

La pubblicità su Tasc e su praticamente tutti i siti web è gestita da Google attraverso il network AdSense. Il problema è che Google fa i soldi spiandoci; è il motivo per il quale non uso Android, non uso Gmail, non uso Google Foto e quasi tutti i servizi di Big G, anche a costo di spendere dei soldi per avere servizi equivalenti o peggiori. Ma in che modo Google ci “spia”, e che guadagni gliene derivano?

Immaginatevi questa situazione: siete in macchina, guardate fuori dal finestrino e vedete un cartellone pubblicitario. Quel cartellone pubblicitario lo vedete voi e tutte le auto che passano per quella strada, e la pubblicità è la stessa per tutti. Ora però pensate a cosa succederebbe se il cartellone fosse sempre lo stesso, ma la pubblicità cambiasse in base a chi ci passa davanti: gli inserzionisti disporrebbero di un mezzo molto più efficiente per targhettizzare la loro pubblicità, e sarebbero maggiormente disposti ad investire il loro denaro in quel cartellone perché la probabilità di convertire l’investimento in ricavo sarebbe molto più elevata.

AdSense offre esattamente questo servizio. Il problema è che per poterlo offrire Google deve sapere: qual’è il nostro pc, che sito stiamo visitando, che siti abbiamo visitato (per determinare cosa ci piace e cosa no), e questo solo per avere un “profilo” di base; poi potrebbe arricchire il nostro “profilo” sapendo quanti anni abbiamo, che sport facciamo, se abbiamo animali domestici, se un anziano vive con noi… insomma, più cose sa e meglio è. Poi, semplicemente, vende queste informazioni agli inserzionisti, facendoci diventare un “loro” prodotto.

Per ottenere queste informazioni, che noi accettiamo di fornire a Google, ci sono vari modi: cookie di profilazione, servizi gratuiti, ecc. Per esempio: utilizzando Google Maps autorizziamo Google a sapere dove siamo; utilizzando Google+ diciamo a Google quanti anni abbiamo, che sport facciamo e chi sono i nostri familiari; utilizzando Google Drive li autorizziamo a sapere a cosa lavoriamo; utilizzando Google Foto autorizziamo Google a comprendere cosa c’è nelle nostre foto, in nome di una comodissima organizzazione istantanea del nostro rullino, usufruendo di spazio sul cloud illimitato e in cambio di far sapere a Google che abbiamo un cane, che siamo andati in vacanza al mare ecc.

Infine i cookie persistenti e di profilazione: sono presenti sia in AdSense che in Google Analytics, utilizzato da molti siti web per poter conoscere l’attività dei propri utenti (in forma anonima) sul proprio sito, e servono a Google in vari modi: i cookie persistenti ci seguono sul web, e una volta che entrano in azione rimangono attivi finché non svuotiamo i cookie del browser, appunto; i cookie di profilazione, invece, associano al profilo che Google ha di noi i nostri gusti, ovvero cosa visitiamo online.

Nel mondo reale questo comportamento è reato: se uno stalker ci segue tutto il giorno per spiarci possiamo chiedere un’ordinanza restrittiva, ad esempio. Ecco perché ora è obbligatorio comunicare agli utenti se si usano i cookie, chi altro usa cookie tramite il nostro sito, e per farsene cosa. Il problema è che alcuni di questi cookie fanno funzionare il sito, e non essendoci un modo per scegliere quali autorizzare e quali no l’unica alternativa è non visitare più i siti che ne fanno uso. Ovvero quasi tutti.

Ora siete liberissimi di non tutelare la vostra privacy, ma almeno sapete a cosa rinunciate.

Cosa non hanno capito i magazine

Riprendiamo un attimo il filo del discorso: i magazine vivono di pubblicità - la pubblicità di Google viola la nostra privacy - gli utenti bloccano le pubblicità - i magazine non hanno più introiti.

Cosa non hanno capito quasi tutti i magazine? Che gli utenti non sono contrari alla pubblicità, ma alla profilazione. La pubblicità esiste da sempre: le riviste cartacee hanno pubblicità, la tv in chiaro ha molta pubblicità, per strada ci sono pubblicità; chi non vuole pubblicità paga (pay-tv, riviste in abbonamento premium, ecc), gli altri non si lamentano. È sempre funzionato così, e online potrebbe andar bene la stessa politica.

Conclusioni

Insomma, l’editoria online è destinata a morire? Io credo di no. Sopravviveranno i magazine che coglieranno il vero problema della pubblicità online, che avranno il coraggio di abbandonare il network AdSense in favore di altri network più rispettosi della privacy degli utenti, che sapranno sviluppare UI in grado di mostrare pubblicità in maniera non invasiva e che sapranno implementare premium membership senza pubblicità per chi desidera pagare per non ricevere pubblicità.

Ah, e ovviamente dovranno riuscire a conquistarsi un posto nella whitelist degli utenti; ma se gli utenti si sono trovati costretti a dover pagare un ad-blocker per difendere la loro privacy online, di certo non possono essere loro la causa dei mancati ricavi online.