Starbucks in Italia, lo volete o no?
Per l'ennesima volta la notizia dell'arrivo di Starbucks in Italia ha smosso gli animi degli italiani, producendo l'ennesimo 'scontro' tra sostenitori e detrattori del noto marchio della sirena: a differenza delle altre volte, però, questa pare sia la volta buona, annunciata da diverse testate d'informazione, che rilanciano la notizia della chiusura di un contratto vero e proprio.
Ovviamente il dibattito ha toccato anche i membri del Cast, ed un po' per gioco abbiamo voluto riassumervi le motivazioni delle due posizioni.
Lasciamo quindi spazio alle arringhe dei due "avvocati", dando la parola prima alla "difesa" e poi all' "accusa":
Starbucks? Perchè no?
Starbucks, anche in Italia...vabbè questo ormai lo sappiamo tutti. Tanto trambusto per un caffè.
Io sono un grande estimatore di questa bevanda, tanto che anni or sono (quanto sono vetusto) ci scrissi anche un breve articolo. In quella occasione menzionai la famosa Starbucks ma anche le piccole realtà italiane che usavano (e usano tutt'ora) lo stesso modello di business.
Il caffè: per alcuni è solo un abitudine, per altri è un vero e proprio rito; in ogni caso nel Belpaese ne consumiamo quantità industriali, ma tutto sommato non siamo i primi al mondo. Volete sapere chi è in testa alla classifica? Rileggete questo.
Per me il caffè è semplicemente una bevanda che mi piace e che può essere preparata in infiniti modi.
Non disprezzo Starbucks e nei miei viaggi ho fatto più volte capolino da loro. N.B.: io adoro l'espresso italiano, lo bevo amaro e critico ogni bar dove lo preparano. Vi assicuro che quelli buoni sono davvero pochissimi.
Credo sia importante sottolineare questo perché molti dicono che il prodotto servito da Starbucks non è caffè ma solo, (cito testuali parole) sciacquatura di piatti e che non dovremmo nemmeno parlarne, ma sono convinto che ci sia molto altro dietro questa bevanda.
Ritorniamo a noi. Non è tutto oro quello che luccica, quindi vi dico subito cosa non mi piace di Starbucks. Non mi piace che i loro prodotti abbiano nomi italiani, ma che per ordinare la bevanda scritta sul menù bisogna reinterpretare il nome. Mi è successo a Parigi e Londra, guardi il menù vedi la bevanda che ti interessa...ti prepari e gasi perché per una volta la tua pronuncia sarà perfetta, si perché dire caPPuccino a NYC ti fa sentire importante, la doppia lettera da noi è sacra, ma alla fine ti ritrovi con la/il ragazza/o delle ordinazioni che ti guarda stranito e che cambia il nome...perché se hai scritto sul menù "Caffè Americano" io lo leggo così, in italiano e non lo cambio in "American coffee" o "expresso allongé"...CASPITERINA E PERDINCIBACCO! Lo so come chiamate quel tipo di prodotto nella vostra terra, ma non è il nome del prodotto che servite!
Ora che mi sono sfogato parliamo degli aspetti positivi e del perchè NON lo considero un sacrilegio per l'Italia.
- Che vi piaccia o meno Starbucks lo conosciamo tutti, e da italioti quali siamo lo usiamo sempre come esempio all'estero per dire che noi siamo meglio di quell'imitazione. Quindi perché non giudicarlo anche a casa nostra? Lo so lo so, in trasferta vale doppio, ma qui non parliamo di Champions.
- Non solo caffè americano. Questa catena americana ha l'onere di aver diffuso un tipo di preparazione del caffè che noi trascuriamo, il Caffè Americano.
Lo troviamo in ogni film, dal western alla commedia, dallo splatter al cartoon. Non vi nascondo che a me questa preparazione piace, ed ogni tanto mi piace gustarmela. Se ci pensiamo potremmo fare lo stesso paragone col pesce. In Italia consumiamo il tonno e ci piace anche molto, ma abbiamo sempre avuto (tranne in pochissime eccezioni) l'abitudine di prepararlo cuocendo il prodotto; poi tutto d'un tratto arrivano i giapponesi e ce lo fanno mangiare crudo...e indovinate? Ne siamo diventati golosissimi (Se a Milano non mangi sushi almeno 3 volte alla settimana sei un Poraccio). Lo stesso vale per il caffè, il chicco viene solo preparato in maniera diversa, quindi perché non provare la novità? P.S. tutti quelli che conosco la prima volta che hanno provato il sushi lo hanno trovato orribile, ora non ne possono più fare a meno...e pensare che nel pesce crudo non c'è la caffeina! - Gli americani copiano noi e noi copiamo loro. Da anni ci sono già locali simili che propongono lo stesso tipo di prodotto. Quindi perché non avere l'originale?
- Spazio. Non siamo abituati a consumare un prodotto come il caffè, seduti, leggendo un buon libro, navigando in internet. Per noi il caffè è ESPRESSO, veloce, al bancone del bar...quasi ci innervosiscono quelli che lo bevono seduti (ma dai, voi non lavorate, su alzatevi ed andate a produrre LAVATIVI!)
Ma questo è un bel paradosso...siamo il paese dello slow food ma il caffè lo amiamo FAST...In questo Starbucks ci viene in contro e ci offre un vero e proprio salotto, perché il caffè si beve con calma, si può sorseggiare (non è solo un eccitante da usare come carburante per la mattina) e udite udite, non ci cacciano se usiamo il loro spazio per rilassarci, navigare in wifi (GRATIS). Starbucks è l'ufficio ideale per i freelance senza 'na lira. - Non solo Americano. Il menù prevede tanti tipi di realizzazioni, con un unico elemento in comune, il caffè. Quindi prima di dire che non ci piace, proviamo. P.P.S.: Non credo vogliano sputtanarsi con l'espresso a casa nostra.
- I turisti, nessuno pensa mai ai Turisti! Parafrasando i Simpson ("I bambini! Nessuno pensa mai ai bambini!") l'Italia è il paese che meglio si presta al turismo. Abbiamo tutto, ma proprio tutto per rendere quest'esperienza la migliore. Perché puntare i piedi su Starbucks solo perché al turista piace berle un suo Frappuccino quardando le bellezze del nostro Paese?
- Nuovi posti di lavoro. Già qualcuno dovrà pur lavorare da Starbucks...Studenti in cerca di un lavoretto part time quale miglior occasione di far due soldi?
- Essere Artisti. Starbucks si presta tanto al mondo dell'arte (andatevi a leggere sempre il mio vecchio articolo), dalla calligrafia ai disegni, insomma sul bicchierone possiamo riversare tutta la nostra creatività. Il vostro Bar sotto casa vi fa disegnare sulla tazzina? Tuttalpiù quell'egoista del barista disegna con la schiuma il vostro cappuccino!
Per ora mi fermo qui; avrei tanti altri punti a favore, ma il mio espresso è finito... se solo avessi avuto il tempo di un caffè lungo americano...
Starbucks? Starsucks!
E così parrebbe che finalmente Starbucks sia quasi riuscita ad approdare in Italia. Diversi giornali danno il 2016 come data di approdo, ma come sempre però la notizia è da prendere con le pinze dato che l'accordo non è ancora stato reso pubblico. E noi non vorremmo generare la solita altalena emotiva fatta di notizia e smentita, che ha portato molti fan del marchio della sirena a due code tra la gioia e la tristezza, ed i non fan tra l'indifferenza e l'indifferenza totale.
Quindi dicevamo, Starbucks potrebbe sbarcare in Italia nel 2016, in seguito ad un accordo stretto da Antonio Percassi (colui che riuscì ad introdurre il famoso e dozzinale marchio spagnolo Zara nella terra della moda e che paradossalmente introdurrà il famoso e dozzinale marchio americano nella terrà del caffé), si potrebbe prospettare un futuro di città invase da uno dei franchising più famosi al mondo, e sicuramente visto il fanatismo che accompagna il brand, sarà un'operazione molto più capillare rispetto ad altri che si sono fatti strada nel nostro paese.
Ed ovviamente questo provoca puntualmente un dibattito la cui ferocia è pari solo alla sua inutilità. Ed altrettanto ovviamente, vista la profonda inutilità della questione, non ho saputo resistere all'occasione di rispondere alla fatidica domanda “ma Starbucks in Italia è davvero così necessario?” con un sonoro e secco “No”.
Di Starbucks non c'è bisogno (?)
diciamocelo chiaramente: che bisogno c'è di portare nella terra che ha fatto del caffè un'arte, oltre che un rito sociale e personale, un serie di locali dove il caffè è presente soltanto nell'insegna? Quale è lo scopo di frequentare uno Starbucks, se non quello di sentirsi parte di un grande cerchio globale, per potersi sentire un po' più vicini ad una cultura geograficamente e mentalmente lontana? Non vedo altro scopo se non quello di poter sfoggiare un selfie con l'iconica tazzona di carta su Instagram. E se fin qui mi ritenete troppo feroce nel giudizio, lasciate prima che esprima le mie motivazioni.
Qualità e gusto
Il primo punto su cui mi muovo è sicuramente quello della qualità di Starbucks, comparata allo standard italiano: partendo dal presupposto che ciò che gli americani definiscono caffè, è né più né meno ciò che nostra nonna, da tempi immemori eletta maestra di cerimonie della moka di famiglia, definirebbe “scolatura di caffettiera” senza pensarci due volte. Tazzoni di zuccherosissimo liquido marroncino assimilabili al caffè forse solo per una vaga origine in comune ed un flebilissimo sentore di quell'inconfondibile aroma.
La più classica delle obiezioni potrebbe essere che Starbucks non è solo caffè. Posso anche starci ma, ammettiamolo, è innegabile anche la qualità di un cappuccino fatto come si deve rispetto ad un qualsiasi Frappuccino arricchito di accattivanti ed incomprensibili aromi: Zucca? Té verde? Nel cappuccino?!? Non scherziamo, per cortesia.
E non è solo una questione di campanilismo sterile e refrattarietà alle novità d'oltreoceano come potevano essere quelle del fascismo che costringeva a trasfigurare ad esempio il jazzista Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio in nome di un'ipotetica difesa del patrimonio linguistico italico.
Qui la questione è profondamente diversa, poiché il caffè all'italiana è un'eccellenza mondiale che viene ricercata ed ammirata in tutto il mondo, e saperlo fare con la moka, con la napoletana o con la macchina da espresso è un arte. Ci sono addirittura bar che perdono o acquistano clientela in base al barista dietro la macchina. Per non parlare poi della scelta delle miscele, fondamentali per il giusto aroma, e dei mille altri fattori che rendono il fare un semplice caffè una scienza, dove generazioni e generazioni di famiglie si tramandano ricette diverse, mistiche torrefazioni poste alla stregua dei conventi trappisti per la birra, trucchi ancestrali ma sempre funzionanti.
Certamente questo non significherà la scomparsa di posti di lavoro per i baristi, ma d'altro canto non significa nemmeno che Starbucks contribuirà ad aumentare il numero di impiegati italiani, considerando che logicamente le filiali saranno poche, e presenti solo nelle grandi città (non ce lo vedo francamente Starbucks a Frascati o a Lambrate), e che verosimilmente il tipo di impiego sarà lo stesso di quello degli impiegati di McDonalds, ultimo gradino sulla scala del successo lavorativo. Preparatevi quindi a far entrare nel vostro immaginario il tizio dietro al bancone come l'ennesimo laureato precario che cerca di sopravvivere. D'altronde, anche in America, patria natia del marchio, questa è la reale ed ingiusta opinione di chi svolge questo lavoro.
Il rito e la condivisione
Sicuramente la mia opinione è influenzata dalle mie origini “mediterrOnee”: conoscendo infatti la realtà del Sud sono cresciuto con l'assioma del caffè come “momento di aggregazione sociale”, sia per i più grandi, che vivono il prendere il caffè al bar come un rituale col quale iniziare la giornata, scambiando qualche parola col barista di fiducia o con gli amici o gli avventori, sia per i più giovani, dove il caffè diventa una scusa per incontrarsi e discutere, o per passare un pomeriggio libero in compagnia di qualche amico. E nonostante tutto, è ancora così per una grossa fetta di italiani. In quest'ottica anche l'Italia dispone di diverse caffetterie meno blasonate ma di sicuro molto più vicine al modo di vivere italiano, aperte a tante molte altre opzioni oltre al semplice caffè. Se inoltre consideriamo che Schultz, CEO di Starbucks abbia preso ispirazione proprio dalle sale caffè milanesi è chiaro come tutta questa sia soltanto una questione modaiola. E farci rivendere qualcosa che ci appartiene da tempo con un po' zucchero aggiunto, lo trovo ancora più ingenuo degli nativi americani che si facevano incantare dalle chincaglierie dei conquistadores. Quindi, se vedete Starbucks come una nuova possibilità per incontrarsi, credo che comunque le alternative già presenti siano già sufficienti, tralasciando la questione qualitativa già affrontata: non mancano infatti in giro per lo stivale posti rilassanti, accoglienti e qualitativamente ottimi, molti addirittura fanno dell'equosolidale e del biologico il proprio punto di forza rispetto a Starbucks che tale si dichiara, ma che in realtà ha politiche molto fumose sulla questione.
Naturalmente pensare che Starbucks possa rimpiazzare gli usi ed i costumi degli amanti del caffé italiano è una castroneria immane a cui solo i più ottusi puristi possono credere. Inutile stracciarsi le vesti in difesa di chissà cosa, per me la questione verte solo su opportunità personali, e mi fanno porre in questo dibattito nella posizione di quelli a cui alla fine, che Starbucks arrivi in Italia o meno conta poco, ma vedere perdersi un tratto distintivo e piacevole della nostra italianità, in nome di un'esterofilia motivata solo dall'hype smodato per un marchio, suscita francamente tristezza.
Hype che è stato dimostrato essere per l'appunto smodato, (anche se su un campione relativamente piccolo) da Mario Macca, che per gioco nel 2012 ha creato e condiviso una falsa locandina sull'arrivo di Starbucks in Italia, suscitando oltre 5000 condivisioni e oltre 2000 like di persone che, in preda all'entusiasmo tutto hanno fatto fuorché verificare la veridicità della notizia, sottolineando così come l'entusiasmo per Starbucks sia un po' troppo esagerato, e come spesso il popolo di Facebook cada nei tranelli delle bufale per pura pigrizia. Ma questa, è tutta un'altra storia e probabilmente ne parleremo meglio, magari davanti ad un buon caffè...
Lasciato quindi spazio alle motivazioni di accusa e difesa, il verdetto adesso tocca alla giuria popolare: Starbucks per voi è SÌ o NO?
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