Il grande ecosistema di Google
Vi abbiamo recentemente parlato di Google e del suo ultimo acquisto, Nest Labs. Vi abbiamo anche parlato, qualche settimana fa, della rete, dei problemi che la affliggono (in Italia) e dei suoi sviluppi futuri. Google, però, cerca di espandersi anche nel mondo delle telecomunicazioni per fornire ad ogni persona del mondo i propri servizi.
Foto di Yang and Yun's Album
Ecosistemi: controllo completo sull’esperienza dell’utente
Quando si discute sulle due aziende leader del momento nel settore dell'informatica, ovvero Apple e Google, spesso capita di sentire osservazioni del genere: “Google (leggi Android) è meglio perché è aperto”. Ma che differenza c’è tra sistema aperto, sistema chiuso ed ecosistema? Scusatemi per la breve digressione che farò in seguito, ma credo sia utile fare un po’ di chiarezza per poter meglio comprendere i motivi delle osservazioni successive. Se ritenete di conoscere la differenza potete saltare questa digressione e passare direttamente al paragrafo successivo.
- Sistema aperto: Un sistema aperto, o Open Source, è un qualsiasi software che consente all’utente di leggere e mettere mano al codice sorgente. Il codice sorgente non è altro che il codice che costituisce il software stesso, ovvero tutto ciò che non è fisicamente tangibile, per farla semplice. Android, Ubuntu e altre distribuzioni Linux sono sistemi operativi Open Source; Gimp, Aptana Studio ed una miriade di altri programmi/applicazioni sono Open Source. L’idea alla base dei sistemi aperti è che il contributo della comunità (gli utenti) possa accelerare lo sviluppo ed il perfezionamento di qualsiasi codice sorgente. Tuttavia, soltanto una piccola parte di essi è in grado di comprendere il significato ed il funzionamento di un codice sorgente, e di conseguenza solo una piccola parte di essi potrebbe apportare dei miglioramenti. Inoltre, e forse più importante, tutto il materiale Open Source viene distribuito gratuitamente in rete.
- Sistema chiuso: Un sistema chiuso, al contrario, non permette all’utente né di visionare né tantomeno di modificare il codice sorgente di un software. Esempi di sistemi chiusi sono OS X, iOS, Windows (tutte le distribuzioni), Red Hat (derivato da Linux) per quanto riguarda i sistemi operativi; iWork, iLife, Microsoft Office ed una miriade di altri programmi per quanto riguarda le applicazioni. L’idea alla base dei sistemi chiusi è che i programmi devono essere sviluppati da professionisti, per poter funzionare al meglio. Il loro lavoro va tutelato e pagato, pertanto non è possibile leggere il codice sorgente (per evitare scopiazzature varie) e non è possibile solitamente scaricare gratuitamente il software, se non quando i proprietari lo consentono.
- Ecosistemi: Gli ecosistemi sono una cosa completamente diversa, e non c’entrano nulla con i codici sorgente e con tutto ciò che ho detto prima. Ho preferito specificare in quanto ritengo che spesso si faccia confusione di termini, magari presi dalla foga di affermare la maggiore bontà dell’azienda produttrice del proprio smartphone rispetto all’azienda produttrice di quello del nostro interlocutore. Un ecosistema, in campo tecnologico, ovviamente, è un insieme di prodotti e servizi che si interfacciano al meglio l’uno con l’altro per fornire un’esperienza semplificata e più efficace all’utente. Non tutti i prodotti e servizi facenti parte di un ecosistema devono necessariamente essere prodotti da una sola azienda, anche se solitamente è così. L’esempio più lampante di ecosistema è sicuramente quello offerto dalla Apple: iPhone, iPad, Mac, iOS, OSX, iCloud, iTunes, iWork, iLife, Apple TV e AirPort sono progettati per funzionare perfettamente gli uni con gli altri, e permettono all’azienda produttrice di avere un controllo quasi completo sull’esperienza dell’utente. Dico "quasi" perché manca sicuramente almeno un tassello fondamentale: la connessione ad Internet. Senza connessione, o con una connessione scadente, almeno 7 su 11 dei prodotti/servizi offerti dalla Apple diventano inutilizzabili o poco funzionali. L’ecosistema Apple non è tuttavia l’unico esistente: Samsung, Sony, Asuse la stessa Google posseggono dei veri e propri ecosistemi, perché tutte le aziende di informatica mirano ad avere un controllo quanto più completo possibile sull’esperienza d’uso dell’utente.
Ecosistemi: un bene o un male?
La domanda da porsi è: gli ecosistemi sono un bene o un male? Ecosistema è sinonimo di Grande Fratello? (Quello di Orwell, n.d.r.)
Non pretendiamo di darti una risposta, ma vorremo fare alcune riflessioni in merito, e magari continuare la discussione nei commenti a fine articolo.
Riducendo il concetto di ecosistema ai minimi termini, potremmo definire il mondo dei BluRay un’ecosistema. Chi possiede un disco BluRay può riprodurlo in ogni lettore BluRay, ma in nessun altro tipo di lettore ottico. Pertanto, se vuole riprodurre il suo disco a casa di un amico, che magari ha il lettore DVD ma non il lettore BluRay, o si porta dietro il proprio lettore oppure deve rinunciare.
Allo stesso modo, chi compra un film su iTunes può riprodurre il suo acquisto su qualsiasi Apple TV. Tuttavia, se vuole vedere il film a casa di un amico, che magari ha il Chromecast e non l’Apple TV, o si porta dietro la propria oppure deve rinunciare.
Come si può notare, nulla è cambiato, anche se è cambiato tutto. Ormai molti servizi si sono digitalizzati, ed uno su tutti è proprio la fruizione dell’Home Cinema. Tuttavia, affidarsi ad un ecosistema piuttosto che ad un altro vuol dire compiere una scelta, che comporta dei pro e dei contro. Esattamente come quando si sceglieva tra i DVD e i BluRay.
Noi crediamo che gli ecosistemi siano il motore dell’innovazione. Se molte aziende oggi lavorano sodo per offrire nuovi prodotti e servizi agli utenti, che siano semplici, efficaci e di qualità, è perché queste hanno in mente una visione ideale di come dovrebbe essere l’esperienza dell’utente, ed ogni giorno cercano di avvicinarsi un poco a quella visione.
Un ecosistema in forte espansione negli ultimi tempi è quello offerto da Google. I prodotti offerti (ormai quasi tutti anche nel nostro Paese) ed i servizi sono davvero di qualità. Per citarne un paio: Chromebook Pixel, Nexus 5, Nexus 7, Google Drive, YouTube, Google Now.
Tuttavia, Google è stata forse la prima azienda in assoluto a comprendere l’importanza di fornire agli utenti una connessione ad Internet stabile e veloce.
Ha inoltre compreso, e questa volta è davvero l’unica al mondo, l’importanza di connettere ad Internet tutta la popolazione mondiale. Noi siamo abituati ad intendere Internet come una rete globale, ma nella realtà soltanto 2,5 miliardi di persone circa hanno accesso a Internet. Questo vuol dire che più della metà della popolazione mondiale non è mai andata su Internet. Questo dato può essere visto in due modi: un problema da risolvere oppure un’immensa opportunità di business. Google può vederla in entrambi i modi, e per questo ha dato vita a Google Fiber e di Project Loon, i due gioielli della connettività partoriti per eliminare questo problema.
Google Fiber e Project Loon
Di Google Fiber vi avevamo già accennato qualcosa in questo articolo. Tuttavia, oggi vorrei approfondire un po’ l’argomento. Sicuramente merita.
Google Fiber è un progetto ambizioso, che mira a fornire connettività a 1Gbps simmetrica agli utenti. Google ci lavora da parecchio tempo, ed ha lanciato il servizio circa un anno fa in due città americane: Kansas City (KS) e Kansas City (MO). In realtà la città è la stessa, ma si estende al confine tra gli Stati Kansas e Missouri. I piani di sottoscrizione offerti agli utenti sono tre: Free Internet, Gigabit Internet e Gigabit + TV.
- Free Internet ha un costo di $300 una tantum, e dà diritto all’utente di navigare in Internet a 5Mbps in download e 1Mbps in upload gratuitamente per 7 anni.
- Gigabit Internet ha un costo di $70/mese, e dà diritto all’utente di navigare in Internet a 1000Mbps in download ed upload.
- Gigabit + TV ha un costo di $120/mese e, oltre ad offrire all’utente ciò che offre il piano Gigabit Internet, prevede la fruizione dei canali televisivi mediante la Fiber TV. Compresi nel prezzo ci sono circa 200 canali TV, ovviamente in HD (se disponibili), il TV-Box (che si collega alla TV come il MySkyHD), lo Storage Box (un Hard Disk da 2 TeraByte che serve per registrare fino ad 8 programmi TV contemporaneamente), un Nexus 7 che, oltre ad essere un ottimo tablet, funziona come telecomando per la TV, e 1 TeraByte di archiviazione su Google Drive. Mica male!
Inoltre Google si impegna a fornire, nei quartieri raggiunti dal servizio, connettività a 1Gbps simmetrica nei luoghi pubblici, quali scuole, ospedali, biblioteche.
Il progetto, a un anno dal lancio, si è rivelato un successo, sia in termini di sottoscrizioni, sia in termini di sviluppo economico della città. Molte startup attive nel mondo dell’informatica sono sorte a Kansas City nell’ultimo anno, creando molto posti di lavoro. Le scuole hanno potuto aggiornare i metodi didattici, gli ospedali hanno ottimizzato la gestione dei degenti, le biblioteche sono tornate ad essere luogo di condivisione e di studio, e Google, in un colpo solo, è diventata provider di telecomunicazioni e di servizi televisivi. Insomma, a Mountain View ci hanno visto giusto.
Inoltre, una connettività così stabile e veloce ha reso possibile la commercializzazione del Chromebook Pixel, un portatile con soli 32GB di memoria interna, che lavora perennemente su Internet.
Google Fiber intanto si è espansa, coprendo anche le città di Provo e Austin, e probabilmente nei prossimi anni raggiungerà un’ampia fetta di americani. Per vederla in Europa, però, bisognerà aspettare ancora parecchio.
Un’ultima curiosità: a Kansas City Google ha lanciato anche un altro servizio che ha dell’incredibile. Si chiama Google Fiber Pole, e non è nient’altro che un hotspot pubblico. Ce ne sono parecchi nella città, nei parchi, per strada, un po’ ovunque. La loro peculiarità, oltre ad offrire connettività Gigabit, è che non hanno il WiFi integrato. Per connettersi bisogna attaccarsi all’hotspot con un cavo di rete. Questa scelta potrebbe sembrare stupida, ma in termini di socializzazione ha prodotto dei risultati strabilianti. Vedere per credere!
Non è solo questo il modo in cui Google tenta di accaparrarsi un fetta di mercato su cui nessuno ha ancora messo le mani. L'azienda di Mountain View, infatti, ha dato vita anche ad un progetto davvero ambizioso: connettere tutto il mondo ad Internet. Tutto ciò grazie a Project Loon (di cui avevamo già parlato qui)
Conclusioni
Insomma, Google ha sicuramente capito che un ecosistema funziona se Internet funziona, e si è mossa di conseguenza. Saremo controllati da Google un giorno? Non lo sappiamo, ma di certo il proposito di rafforzare il loro ecosistema gli sta facendo fare cose utili all’intera umanità. Portare Internet nei luoghi più sperduti del globo permette a Google di ottenere nuovi utenti, che di conseguenza utilizzeranno i suoi prodotti (fornendo quindi un ritorno in termini economici), ma anche di migliorare notevolmente la propria immagine.
D'altronde, nei cantieri di Google, ci sono tanti altri progetti straordinari che attendono solo di essere sviluppati, provare per credere.
Siamo entusiasti degli ultimi progetti di casa Google, e non ci facciamo troppe domande in merito: tu?
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