Style

Sono solo scarpe. O forse no?

Abbiamo imparato a camminare circa 2 milioni di anni fa e a parte quel momento, che deve essere apparso al resto delle altre specie come una sorta di maleficio/scherzo della Natura, l'atto del camminare non è mai stato oggetto di particolari discussioni. Sì, quando un neonato comincia a muovere i primi passi si avverte un entusiasmo generale nell'aria e le lacrimuccie di gioia si sprecano. Quando, a causa di un incidente o di una patologia ci si accorge di quanto un'azione apparentemente così semplice (perché ormai assimilata come schema motorio) in realtà nasconda dei meccanismi molto più che complessi.

Di conseguenza, se camminare risulta sotto sotto un'attività così fondamentale, è giusto dedicarle un'attenzione privilegiata così che ciò avvenga nella maniera più confortevole possibile. Come detto in un precedente articolo, il panorama oggettuale legato all'abbigliamento tenderà a considerare sempre più la funzione e la forma come due aspetti imprescindibili del prodotto in vendita.

Ecco quindi perché oggi vedremo come anche nell'ambito delle calzature vengono applicati questi modelli progettuali, tendendo conto che i 3 concept scelti posseggono tutti un minimo comune denominatore: un cosiddetto valore aggiunto, ovvero una caratteristica (tecnica/formale/di utilizzo/di significato) che le rende oggi un modello per le scarpe di domani.

Allacciatevi le scarpe!

adidas

Nonostante in passato sia stata accusata da Greenpeace di inquinamento ambientale, l'azienda ha smentito le accuse con un'azione concreta che ha piacevolmente sorpreso tutti. Ad inizio del giugno scorso infatti, Adidas, in collaborazione con l'organizzazione ambientalista per la salvaguardia degli oceani Parley for the Oceans, ha realizzato un prototipo di calzatura completamente assemblato con materiali di riciclo recuperati dagli oceani, in particolar modo reti da pesca usate illegalmente dai bracconieri.

Grazie all'aiuto degli attivisti dell'organizzazione ambientalista Sea Shepherd sono stati confiscati 72 km di reti da pesca illegali ad un peschereccio di bracconieri rintracciati dall'Interpol e tallonati lungo le coste dell'Africa Occidentali in un inseguimento durato ben più di 3 mesi.

Ora, la cosa interessante di questo progetto è ovviamente la tecnica di realizzazione ed i materiali impiegati. L'inquinamento oceanico ha raggiunto dei livelli spaventosi e i rifiuti danneggiano irrimediabilmente interi ecosistemi. La scelta quindi di reimpiegare i materiali plastici di scarto non è solo un'ottima soluzione per il pianeta, bensì anche un modo intelligente per apportare al panorama calzaturiero una "ventata di aria fresca" in termini di restyling.

L'aspetto però su cui mi sarei voluto concentrare non è soltanto quello della sperimentazione, ma sopratutto quello della sensibilizzazione. Attraverso un progetto di questo tipo, che con molta probabilità vedremo sugli scaffali e negli store online a partire dal prossimo anno, la scarpa si è trasformata in qualcosa di più. Viene lanciato un messaggio ed il prodotto non rimane come un oggetto fine a se stesso. Al contrario diventa parte di un movimento di propaganda che mira a dirti: "ehi, guarda, comprando questo paio di scarpe hai contribuito a salvare il pianeta dall'inquinamento oceanico. È una bella cosa, vanne fiero!".

Mi piace pensare quindi che in un futuro non molto lontano i prodotti che avremo porteranno con sé una storia e renderanno perciò speciale non solo il prodotto in quanto tale, ma sopratutto il suo utilizzatore.

Pensar DNA

Pensar, vincitore recente del prestigioso Red Dot Design Award, è uno studio di progettazione situato a Seattle specializzato in progetti riguardanti l'ambito medico ed ingegneristico (soprattutto legato al mondo delle console). Ne parliamo in questa occasione perché, tra le schiere di progetti all'interno del suo portfolio, ha qualcosa che potrebbe interessarci.

DNA è il concept di una "scarpa" (e sarebbe riduttivo chiamarla così) del tutto singolare. Pensar infatti si è accorta di un aspetto che sarà fondamentale nella progettazione di tutti i prodotti in futuro: la user experience. Volendo tradurre l'inglesismo, parleremmo più semplicemente di customizzazione, ma di tipo 3.0. Come funziona DNA?

Come mostra questo storyboard, la scarpa è completamente progettata sulla base dell'esperienza del cliente, ma non del cliente ipotetico, quello che nelle analisi di target rappresenta il modello al quale subentra matematicamente l'eccezione.

Ogni singolo cliente, come me o te, avrebbe la possibilità di ottenere la scarpa con le proprietà più vicini e conformi alle sue caratteristiche anatomiche.

Facciamo un riassunto:

  1. entro in negozio per comprare un paio di scarpe;
  2. il commesso mi fornisce delle scarpe "intelligenti", dotate di micro sensori capaci di captare, misurare ed immagazzinare tutti i dati relativi al mio modo di camminare: la postura, la pressione, la velocità, la l'equilibrio ecc...
  3. esco a fare una passeggiata così da poter permettere alla scarpa di creare un profilo di dati associati alle abitudini;
  4. torno in negozio e consegno le scarpe di prova, dalle quali vengono estratti ed analizzati i dati che quelle scarpe hanno registrato nell'arco della mia passeggiata
  5. le informazioni ricavate vengono inviate ad un software connesso ad una stampante 3D che oltre ai dati più tecnici accetterà di ricevere nostre direttive sui materiali da utilizzare e sulle texture da applicare;
  6. il paio di scarpe appena stampato viene estratto dalla macchina e può essere indossato sapendo che ci asseconderà al meglio in ogni nostro spostamento;

Oggi tutto ciò non è ancora attuabile dal momento che bisogna superare determinati ostacoli tecnici: i materiali impiegati per la stampa 3D non sono ancora pronti per essere impiegati in un contesto sportivo agonistico ed inoltre non sempre sono biocompatibili o sicuri per gli usufruitori. Infine i tempi e i costi di stampa risultano essere ancora troppo alti e lunghi per un impiego a livello industriale su larga scala. Il mercato delle stampanti ed il loro utilizzo però si stanno evolvendo velocemente e non è detto che queste calzature non si affianchino a quelle tradizionali nel giro di qualche anno. Come sempre non resta che aspettare.

Amoeba

Se riuscite a reprimere per un millisecondo il "WTF!?" ed il "ma non si stava parlando di scarpe?" vi spiego tutto. Shamees Aden ricercatrice e designer multidisciplinare inglese ha presentato un prototipo di scarpa che, di primo acchito sembra tutto tranne che una scarpa. Ed infatti non è propriamente una scarpa, ma andiamo con ordine.

Ne avevamo parlato più dettagliatamente in questo articolo, ma nel caso ve lo foste perso, arriviamo prontamente in vostro soccorso proponendovi un nuovo spunto di riflessione inerente al progetto in esame. La giovane designer sta infatti esplorando uno dei grandi settori della progettazione del domani: le biotecnologie. Ebbene sì, checchè se ne dica, il design non è soltanto lampade, sedie e tavoli (Dio ce ne scampi) ma si sta sempre più spostando verso delle discipline di carattere scientifico che hanno molto più da dire rispetto alla trita riflessione estetica sulla forma e sulla piacevolezza delle linee. La biologia, la chimica e la fisica sono i nuovi settori in cui il design prenderà piede. Questo perché stiamo facendo la scoperta di un mondo di possibilità che desterebbero grande interesse qualora venissero applicate concretamente all'interno di oggetti d'uso comune.

Ed è proprio questo il caso dell'Amoeba Trainer. Attraverso l'utilizzo delle stampanti 3D possiamo tridimensionalizzare un composto biologico, in questo caso le protocellule, andando a creare un involucro per il piede capace di riadattarsi continuamente ai suoi cambiamenti. Le protocellule infatti sarebbero le prime forme di vita vegetali da cui, secondo gli studiosi, è successivamente derivata la vita sulla Terra. La proprietà particolare di queste protocellule è quella di auto-replicarsi e questo fa sì che esse si sincronizzino con il piede dell'utente andando a riconfigurarsi laddove c'è maggiore necessità.

Come nel caso del progetto DNA precedentemente analizzato, anche qui il prodotto nasce e vive attorno all'utilizzatore, garantendogli un'esperienza su misura all'insegna delle migliori prestazioni.

Perché alla fine è questo che cerchiamo in un prodotto: essere consapevoli di come è stato realizzato e sapere di poter contare su di esso così da poterne ottenere il meglio in ogni circostanza.