The Martian - Oscar 2016, Day 6
Noi di Tasc adoriamo i film, ve ne sarete certo accorti, dato che ogni settimana ve ne proponiamo uno attraverso la rubrica “Cosa guardo stasera“.
In vista degli Oscar del 28 Febbraio abbiamo deciso di realizzare, come l’anno scorso, una rubrica straordinaria sugli 8 film candidati per la categoria Miglior film.
Ogni giorno, dal 20 al 27 Febbraio, verrà pubblicato un articolo su ogni film in gara. Il 28 Febbraio, infine, verrà pubblicato un mega-articolo a cui contribuiranno tutti e 8 gli autori delle varie recensioni; al termine dell’articolo presenteremo le nostre previsioni sul possibile vincitore, l’anno scorso ci abbiamo azzeccato: siamo fiduciosi anche questa volta!
Il sesto film tra gli 8 candidati che vi proponiamo è The Martian.
* SPOILER ALERT *
Sopravvissuto - The Martian
Sono entrata in sala aspettandomi tutt’altro. Per mancanza di tempo e anche un po’ di interesse non ero per nulla preparata su The Martian al momento della sua uscita. Ero a Berlino pochi giorni prima che uscisse (l’1 ottobre in Italia) e vedevo in giro per la città i cartelloni di presentazione del film, con le immagini più iconiche: Matt Damon seduto che scruta il rosso orizzonte o mentre incede nella desolazione del paesaggio marziano. Mi ricordo di aver pensato: «Mah, c'entrerà qualche complotto del Governo Americano? Alieni? Scenari post-apocalittici? Futuri improbabili?».
Facciamo un passo indietro e torniamo nel 2009, con Moon. Ve lo ricordate? No? Niente paura: questo gioiellino indipendente di Duncan Jones (il figlio del buon David Bowie) è uscito in sordina e ha fatto parlare di sé principalmente dopo l’accusa di plagio sollevata nel 2013 dal film-maker italiano Patrick Rizzi.
Brevissimo riassunto della trama di Moon (con ovvio spoiler): Sam Bell lavora in una base lunare per la Lunar Industries. Vive completamente solo. L’evolversi della trama lo porterà a scoprire di essere solo un clone del Sam Bell originale, destinato a morire per essere sostituito da una nuova copia.
The Martian mi ha ricordato in un certo senso Moon: entrambi i protagonisti sono soli nella base in cui lavorano, privi di strumenti d comunicazione efficienti e lasciano traccia di sé attraverso dei video-diari. Moon finisce in modo drammatico, The Martian no. Ecco il punto del mio stupore di fronte a questo film: finisce smaccatamente, integralmente, epicamente bene.
Io invece entrando in quella sala, sapendo che il film sarebbe stato di genere fantascientifico e ambientato nello spazio, già mi aspettavo un dramma con una trama paranoica e inquietante. Ero suggestionata dai miei ricordi di Moon, ma non solo. Alien, Prometheus (entrambi figli sempre di Ridley Scott), Gravity, Interstellar, The 100, The Expanse, Ascension & company: la lezione che ne traiamo è che lo spazio, al quale l’uomo aspira da sempre e con il quale c’è sempre stato un confronto, è fonte di profonde inquietudini, conflitti, crisi, morte, desolazione e creature temibili.
Lo spazio, per come è normalmente trattato nei film di fantascienza, porta sempre con sé delle costanti sgradevoli: mostri, complotti, solitudine, futuri freddi e ipertecnologicizzati. The Martian rompe questo schema.
La trama: l’astronauta Mark Watney rimane bloccato da solo sul pianeta Marte dopo essere stato abbandonato dai suoi compagni di missione, che lo credevano morto. Per sopravvivere nell’attesa di un salvataggio e cercare di mettersi in comunicazione con la Terra deve fare uso di tutta la sua preparazione e intelligenza. Con l’aiuto della NASA, dei suoi compagni di missione dell’Ares 3 e dell’Agenzia Spaziale Cinese Mark riesce a salvarsi e a tornare a casa. Un lieto fine totale che arriva inaspettato e fragoroso, dopo un susseguirsi avvincente, ma mai troppo forzato di successi e fallimenti da parte del protagonista e dei protagonisti secondari nel tentare l’impossibile.
The Martian ha in un certo senso riscritto il paradigma dei film di fantascienza spaziali, aprendo il genere a nuove possibilità. In primis, qui lo spazio infinito non è protagonista. È lo sfondo lontano di vicende che si verificano ben radicate al suolo. E non ‘suolo’ inteso come pavimento di una nave spaziale. Un suolo marziano, certo, ma sempre di suolo stiamo parlando. Abbiamo quindi per la prima volta la possibilità di vedere la figura dell’astronauta confrontarsi non con gli ostacoli della gravità e delle stelle, ma con la concretezza dei pianeti sui quali i suoi viaggi spaziali lo hanno portato.
Ecco, direi che ‘concretezza’ potrebbe essere la parola chiave per parlare di The Martian. Ha ragione in pieno Bryan Bishop di The Verge nel dire che con The Martian Ridley Scott ha rimesso la parola ‘scienza’ in ‘fantascienza’. Qui non ci sono azioni mozzafiato, non ci sono misteriosi congegni futuristici, non c’è una ricerca quasi spasmodica dell’elemento poetico e toccante, come invece si riscontra in Interstellar e in Gravity. In The Martian la scienza è scienza e l’intera trama si delinea volutamente con lentezza tra ipotesi scientifiche, esperimenti, tentativi, tecnologia e razionalità. Non ci sono complotti governativi improbabili o salti spazio-temporali: solo patate e concime.
Questo non è un film che stimola alla riflessione sul futuro dell’umanità o sulla piccolezza dell’uomo in confronto alla magnificenza dello spazio: è un film che parla di uno scienziato che si ingegna in modo discreto e decoroso per sopravvivere e tornare alla sua normale vita. A tratti si ride pure, a tratti si sta con il fiato sospeso, ma senza mai essere sopraffatti dall’inquietudine o dalla retorica della solitudine.
The Martian è quasi esageratamente realistico e questo realismo si declina in primo luogo nella figura di questo scienziato-esploratore che poco ha dell’eroe spaziale tutto impulsi, cuore e machismo e che costruisce invece la sua forza di personaggio sull’essere sostanzialmente un nerd secchione pragmatico e poco incline alle malinconie astratte. 10 e lode quindi al personaggio di Mark Watney, novello Robinson Crusoe dello spazio, che raccoglie nel video-diario testimonianze dei suoi esperimenti per la sopravvivenza e non ridondanti riflessioni profonde. Si tratta di un esempio meraviglioso e rinfrescante di un’umanità che non entra in conflitto con qualsiasi cosa ci sia al di là dell’atmosfera. L’intepretazione di Matt Damon è interessante e ha avuto con The Martian la possibilità di tenere da solo la scena principale, dando il massimo. Da Oscar? No.
I personaggi secondari sono tanto piacevoli, ragionevoli e cooperativi quanto poco consistenti, purtroppo. Sarà anche per necessità di una trama che prevede un unico attore principale che occupa il 90% della scena. Degni di nota sono comunque Jessica Chastain, che interpreta Melissa Lewis, la comandante di Ares 3, e Jeff Daniels, capo supremo della NASA. Una caduta di stile, a mio avviso, il personaggio del giovanissimo Rich Purnell, il folle e geniale astrodinamico che fornisce in un colpo di genio la soluzione per riportare Mark Watney sano e salvo a casa. So che è presente anche nel libro da cui deriva il film, di Andy Weir, ma lo ritengo un espediente comico che fa perdere punti al film in fatto di serietà.
Per questi Oscar The Martian non ha ricevuto la stessa mole di candidature del ‘rivale’ The Revenant. Troviamo Matt Damon candidato come miglior attore protagonista e il film è in gara per la migliore fotografia. Non ci sono candidature per la miglior attrice non protagonista, né per il miglior attore non protagonista. Necessità di trama certo, ma forse non solo. Io dalla sala sono uscita soddisfatta, ma, azzardando un pronostico, posso affermare che The Martian non sarà il film protagonista di questi Oscar. Il film si presenta nel complesso come più che dignitoso, piacevole, affascinante, capace di unire suspense e leggerezza, ma l’eccessiva tendenza alla commedia stride forse un po’ con i canoni che ad oggi definiscono il genere della fantascienza spaziale di qualità comunemente apprezzato.
Il film è accattivante e riscrive i canoni del genere fantascientifico. Il cast non è dei più travolgenti, ma Matt Damon regge magistralmente il suo ruolo di attore principale e unico in scena.
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