Cinema

Room - Oscar 2016, Day 7

Noi di Tasc adoriamo i film, ve ne sarete certo accorti, dato che ogni settimana ve ne proponiamo uno attraverso la rubrica “Cosa guardo stasera“.
In vista degli Oscar del 28 Febbraio abbiamo deciso di realizzare, come l’anno scorso, una rubrica straordinaria sugli 8 film candidati per la categoria Miglior film.
Ogni giorno, dal 20 al 27 Febbraio, verrà pubblicato un articolo su ogni film in gara. Il 28 Febbraio, infine, verrà pubblicato un mega-articolo a cui contribuiranno tutti e 8 gli autori delle varie recensioni; al termine dell’articolo presenteremo le nostre previsioni sul possibile vincitore, l’anno scorso ci abbiamo azzeccato: siamo fiduciosi anche questa volta!
Il settimo film tra gli 8 candidati che vi proponiamo è Room.

Room

Il titolo più corto per il film che davvero merita l'Oscar.
Sì, non nasconderò in nessuno dei seguenti passaggi quanto mi sia piaciuto questo thriller drama, capace di smuovere persino un cuore di pietra come il mio. E che soltanto il 3 Marzo (dunque ancora qualche giorno di pazienza, signore e signori!) arriverà nelle sale italiane.

Difficile è infatti raccontare a parole qualcosa di realmente diverso dal filone emotional-action statunitense degli ultimi anni, molto più vicino al cinema europeo di quello che può sembrare.

ATTENZIONE: Contiene spoiler.

Film che ha suscitato pareri discordanti da parte della critica, secondo alcuni troppo debole rispetto al successo editoriale datato 2010 della scrittrice irlandese, naturalizzata canadese, Emma Donoghue (uscito in Italia col titolo Stanza, letto, armadio, specchio), secondo altri banale riflesso di una storia ben più drammatica; ma anche acclamato da molti per le magistrali interpretazioni dei due protagonisti, madre e figlio.

Il romanzo della Donoghue è dichiaratamente ispirato ad un fatto di cronaca nera scoperto in Austria, nella cittadina di Amstetten, noto come caso Fritzl: il padre Josef rapisce la figlia diciottenne Elisabeth Fritzl nel 1984 e la tiene imprigionata, abusandone, in un bunker sotterraneo vicino casa. Per 24 interminabili anni. Dai ripetuti rapporti incestuosi nascono sette figli, e soltanto in seguito al ricovero in ospedale di Kerstin, la figlia maggiore dell'uomo e di Elisabeth, viene scoperta l'intera macabra storia.

Partiamo dalla trama: una madre, Mà, ed un figlio, Jack, vivono in prigionia in una stanza di tre metri per tre (e fin qui potete leggerci la banalità più totale); ma è la prigionia stessa che da in frutto il piccolo Jack. Per dirla a parole povere, egli è il frutto dell'amore forzato, dello stupro, subito dalla ragazza ad opera del Vecchio Nick. Segregati in questo minuscolo universo, Jack cresce con l'idea che tutto si riduca a quelle quattro pareti, all'armadio dove viene rinchiuso ogni notte, al ring della vita formato da tavolino-sedie-lavandino-letto, alla minuscola tv, unica finestra su un mondo irreale, e a quell'unico piccolo lucernaio che proietta il cielo azzurro negli occhi del bambino.

La sola immagine evocativa iniziale, un Jack (volutamente?) androgino capace di sognare ad occhi aperti e disegnare il proprio mondo ad immagine e somiglianza di quello descrittogli dalla madre, mostra una forza esperienziale fuori dal comune e una carica emotiva che regnerà sovrana durante tutta la proiezione.
Il buongiorno che il piccolo riserva ad ogni oggetto inanimato che popola quello spazio angusto, dalla lampada al tappeto, da il via al giorno del suo quinto compleanno:

-Sai cosa faremo oggi?
-Cosa?
-Faremo una torta di compleanno
-Una torta di compleanno? Come in tv?
-Oh sì, per davvero.
-Non ci credo

È un'autostrada emotiva a due corsie, questo Room, in grado di farci soffrire con Joy nei suoi sette anni di rapimento e stupro continuato, privata della propria adolescenza e tenuta in vita dal solo amore per Jack, che rappresenta appunto il secondo punto di vista che la storia ci regala: quello ingenuo, stupito e incredulo per la continua scoperta di un mondo nuovo, quel Fuori a lui sconosciuto. È un Fuori non soltanto materiale, ma anche psicologico, ed è così vivo in Jack da permettergli di elaborare a suo modo anche i cambiamenti comportamentali della madre, una volta a casa.
La narrazione passa, quasi senza che lo spettatore se ne accorga, dal thriller al drammatico, in una normalità per Joy ormai dimenticata e per Jack neppure mai esistita, fatta di altre persone (i nonni, l'amichetto), di animali (il sorriso emozionato e sincero che provoca il promo incontro con il cagnolino Seamus è qualcosa di impagabile) e di continue scoperte, non soltanto piacevoli, come il crollo psicologico della madre e la sua dolorosa momentanea assenza (finora mai provata da Jack). D'altronde il mondo, quello vero, è fatto di bianchi, di neri e di tutte le sfumature al loro interno!

Un eccelso Lenny Abrahamson alla regia, già alla guida di piccole meraviglie come Garage (2007) e Frank (2014), accompagnato dalla stessa Emma Donoghue alla sceneggiatura (entrambi candidati all'Oscar come Miglior regista e Miglior sceneggiatura non originale), formano un'affiatata coppia irlandese in grado di completare a meraviglia questa co-produzione Canada-Irlanda.
Dopo aver trionfato al Toronto Film Festival (fuori concorso) e ricevuto un'ovazione anche al Festival del cinema di Roma, si prepara a diventare il "caso" dell'anno, in grado di mettere d'accordo critica e pubblico; lontano dai budget stellari e dagli effetti speciali tanto cari a Hollywood, questa storia è (purtroppo) così vicina alla quotidianità da farci amare, soffrire ed infine gioire fianco a fianco con i due protagonisti. E con le due interpretazioni, quelle di Mà e di Piccolo Jack, a dir poco perfette.

Se il giovanissimo Jacob Tremblay, canadese classe 2006 e non nuovo a ruoli per il piccolo e grande schermo (Motive, I Puffi 2) ci regala un'interpretazione così intensa da far pensare ad una recitazione inconsapevole, riuscendo a confondere realtà e finzione e ad unirle inestricabilmente nella nostra visione, è Brie Larson a mettere in scena una ragazza-madre dai contorni instabili, psicologicamente e fisicamente segnata dalla terribile esperienza, che la lancia dritta dritta in pole position per l'Oscar come Miglior attrice protagonista.

Ecco, siamo quasi giunti alla fine. Ormai vi ho annoiato abbastanza ma non ancora posso lasciarvi andare, non prima di avervi detto quale delle numerose toccanti scene mi ha colpito di più.
Bene: se i monologhi di Jack, da quello iniziale a quello finale, sono degni del più innocente dei fanciulli, è però lo sguardo che Nancy Newsome, la nonna di Jack (un'altrettanto strepitosa Joan Allen), riserva al nipote mentre assieme preparano cupcakes, ad avermi affondato:

-Mh, sei proprio bravo
-L'ho già fatto prima. Nella Stanza.
-Davvero? Wow, e cos'altro facevi lì?
-Un sacco di cose. Alle volte mi manca...
-Non era tremendamente piccola?
-Mh-mh. Aveva tutte le direzioni, e non finiva mai.
E Mà c'era sempre, lì.
▲<div class="kg-callout-text"><strong>Room</strong> — <strong>voto 9/10</strong><br>Due binari emotivi mai paralleli, che si cercano e si rincorrono, e la storia dell'amore infinito di una madre per il proprio figlio. Sullo sfondo, il dramma del rapimento e dello stupro di una adolescente, il percorso di liberazione e la lotta contro tutto ciò che comporta l'essere finalmente fuori dalla Stanza.</div>
Room — voto 9/10
Due binari emotivi mai paralleli, che si cercano e si rincorrono, e la storia dell'amore infinito di una madre per il proprio figlio. Sullo sfondo, il dramma del rapimento e dello stupro di una adolescente, il percorso di liberazione e la lotta contro tutto ciò che comporta l'essere finalmente fuori dalla Stanza.