The Revenant - Oscar 2016, Day 2
Noi di Tasc adoriamo i film, ve ne sarete certo accorti, dato che ogni settimana ve ne proponiamo uno attraverso la rubrica "Cosa guardo stasera".
In vista degli Oscar del 28 Febbraio abbiamo deciso di realizzare, come l'anno scorso, una rubrica straordinaria sugli 8 film candidati per la categoria Miglior film.
Ogni giorno, dal 20 al 27 Febbraio, verrà pubblicato un articolo su ogni film in gara. Il 28 Febbraio, infine, verrà pubblicato un mega-articolo a cui contribuiranno tutti e 8 gli autori delle varie recensioni; al termine dell'articolo presenteremo le nostre previsioni sul possibile vincitore, l'anno scorso ci abbiamo azzeccato: siamo fiduciosi anche questa volta!
Il secondo film tra gli 8 candidati che vi proponiamo è The Revenant.
The Revenant
Terrence Malick ha fatto scuola. Era ora che qualcuno riprendesse quanto di buono fatto in The Tree fo Life (che per quanto mi riguarda rappresenta uno spartiacque nel modo contemporaneo di fare film) e a raccogliere il testimone è stato Alejandro Inarritu, regista conosciuto ormai da tutti. Già dalle prime inquadrature si capisce come l’influenza di Malick sia forte, sensazione confermata più volte durante il film, ma prima di cominciare facciamo un passo indietro.
Lo scorso anno, guardando Birdman, sembrava essere passata un’eternità dall’uscita del primo film di Inarritu, Amores Perros, primo capitolo di una trilogia, ribattezzata “Trilogia della Morte”, che ha fatto – e fa ancora – discutere di sé gli appassionati. In verità le critiche, o gli elogi, sono legati più allo sceneggiatore, Guillermo Arriaga, capace di creare storie intricatissime intorno ad avvenimenti (l’incidente in Amores Perros) o oggetti (un fucile in Babel) semplici. Durante questa fase della carriera, la regia di Inarritu, per quanto ottima, è passata in secondo piano rispetto alla scrittura di Arriaga. Negli ultimi anni, invece, dopo che il regista messicano si è spostato verso strutture narrative più lineari, in alcuni casi ancora legate, soprattutto per le tematiche, alla prima parte della sua carriera (si pensi a Biutiful), è più facile apprezzare la sua classe. E da questo contesto non è di certo escluso Revenant.
Da Revenant, ma anche dai lavori passati, emerge come la dedizione verso il cinema non sia cosa da poco per Inarritu. Se in Birdman il regista messicano si era divertito a realizzare il film in un (quasi) unico piano sequenza, in questo caso con la sua troupe si è diretto verso due delle zone più ostili della terra (la Columbia Britannica in Canada e la Terra del Fuoco in Argentina). Alle difficoltà di spostamento aggiungiamo anche la volontà di Emmanuel Lubezki, il direttore della fotografia, di effettuare le riprese con luce naturale, in questo modo il tempo giornaliero per effettuare le riprese è stato ridotto ulteriormente, aumentando la possibilità di eventuali inconvenienti. Queste vicende, oltre a sottolineare l’attaccamento di Inarritu verso il cinema, spiegano un concetto importante e spesso passato in secondo piano: Inarritu sta portando il cinema “impegnato” al grandissimo pubblico. Revenant, infatti, è più vicino alla tradizione russo-nipponica che americana, e nonostante tutto rischia lo stesso di vincere l’oscar.
Per quanto riguarda il film in sé, la trama ruota intorno alla vicenda surreale di un personaggio realmente esistito, Hugo Glass (Leonardo di Caprio), esploratore a cui gli ufficiali americani hanno ucciso moglie e figlia, che durante una battuta di caccia viene ridotto in fin di vita da un’orsa. Andrew Henry (Domhall Gleeson), capitano del convoglio con cui si trova Hugo, già decimato da un attacco dei nativi locali, decide di lasciarlo, sotto lauta ricompensa, con il figlio Hawk (Forrest Goodluck), il giovane Jim (Will Poulter) e Fitzgerald (Tom Hardy) in attesa di rinforzi. Fitzgerald con l’inganno uccide Hawk, plagia Jim e abbandona Hugo al suo destino convinto che di li a poco morirà, ma Hugo sopravvive e comincia il suo viaggio tra le lande deserte e quasi del tutto innevate del North Dakota in cerca di vendetta.
I dialoghi sono pochi, per lunghi tratti completamente assenti, si lasciano così parlare soprattutto le immagini dando spazio alla bravura di Inarritu, i suoi piani sequenza lasciano semplicemente senza fiato e alcune scene (il combattimento iniziale e l’incontro con l’indiano Pawnee su tutte) sono dirette in maniera proverbiale, e di Lubzbeki, con molta probabilità il miglior direttore della fotografia esistente, a cui due oscar vinti secondo me gli stanno stretti e rischia seriamente di fare tripletta quest’anno. Entrambi cercano di riprodurre scene quanto più naturali possibili, riducendo al minimo l’utilizzo della CGI (troppo spesso abusata negli ultimi anni), e il risultato è splendido dal punto di vista grafico.
Quanto appena detto potrebbe far pensare che Revenant sia solo un esercizio tecnico. Invece anche i personaggi sono riusciti, in particolare Fitzgerald, Tom Hardy ci regala un’altra grande prestazione e - insieme a Luzbeki ed Inarritu - rischia di mettere in secondo piano la prova di Leonardo Di Caprio, il quale non è certamente da meno e ha il merito di aver interpretato delle scene dal parossismo estremo e l’aver portato il suo fisico al limite. In realtà quello che colpisce di più è come siano ben scritturati i personaggi secondari, messi lì non per fare da stampella a quelli principali, anche se appaiono e scompaiono dall’obbiettivo hanno tutti o quasi un certo dinamismo e una storia dietro (il gruppo di nativi è alla continua ricerca della giovane indiana rapita, il già menzionato indiano Pawnee incontrato da Hugo vuole vendetta per la figlia, i coloni continuano la loro attività pensando che Hugo sia morto, etc). Insomma, anche se la sceneggiatura non è perfetta, gli autori riescono a sfaccettare i personaggi annullando quasi del tutto i dialoghi.
In mezzo a tutti questi pezzi da novanta non fa quasi notizia la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto, famoso compositore vicino al mondo del cinema tanto da vincere un oscar nel 1988 per la migliore colonna sonora de L’ultimo Imperatore. Il sound scelto in questo caso, fatto come al solito da un leggero suono elettronico, è, in molte scene, l’unico vero compagno del povero Hugo Glass. La scena del ritrovamento di quest’ultimo da parte dei membri della colonia, ad esempio, ha un grande impatto (anche) grazie alla colonna sonora.
Però, nonostante l’impegno, la dedizione e i pregi di cui si è parlato, bisogna ammettere come Revenant non è un lavoro totalmente compiuto. Non lo è innanzitutto perché si perde in troppe citazioni: le scene lungo il fiume rimandano al Werner Herzog di Aguirre e Fitzcarraldo, la scena in cui l’indiano Pawnee costruisce la baita ad Hugo è un chiaro riferimento a Derzu Uzala di Kurosawa, le inquadrature e il peregrinare del protagonista sono elementi prevalentemente tarkovskiani, mentre le scene girate nella colonia sembrano provenire da A New World (senza neve) del citato Malick. Di quest’ultimo si riprendono alcuni riferimenti tematici di The Tree of Life, solo che, mentre per Malick c’erano le “vie della grazia e della forza”, in questo caso a muovere i personaggi sono soprattutto la vendetta e l’interesse personale; forse sta proprio qui il difetto principale di Revenant, ovvero non voler affondare la lama fino in fondo e rimanere legato ad ideali troppo terreni, eccetto per qualche spiraglio che rimanda al capolavoro di Malick.
Ciò nonostante Revenant ha una valenza scenica e tecnica di altissimo livello senza abbandonarsi al semplice manierismo stilistico ma approfondendo fatti, storie e personaggi nonostante l’utilizzo di dialoghi è ridotti al minimo; un film realizzato da un grande regista, un tecnico della fotografia straordinario e un cast in piena forma. Un’anomalia se si pensa a quanto è stato pubblicizzato negli ultimi anni ed è per questo motivo che dovremmo tutti ringraziare Inarritu.
Un viaggio nelle lande desolate dell'america settentrionale. Una vicenda irreale ambientata nelle terre inospitali dell'America Settentrionale dove quasi tutti gli interpreti si esprimono al massimo del loro potenziale
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